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ESCLUSIVA – Pescosolido: “Paolini e Musetti, serve più continuità. Sinner perfetto”

Stefano Pescosolido, ex numero 43 del mondo, oggi commentatore per Sky e allenatore di Francesco Passaro, ha parlato in esclusiva a Spazio Tennis con il direttore Alessandro Nizegorodcew di vari argomenti legati al tennis italiano. Da Sinner a Paolini, passando per il momento positivo di Cobolli e quello negativo di Musetti, ha aperto parlando del suo giocatore [Passaro ndr], il quale, alle prese con un infortunio al polso, sta recuperando più lentamente rispetto ai tempi previsti.

Tuttavia, nell’attualità del tennis c’è l’inizio del torneo Masters 1000 e WTA 1000 di Madrid, un evento su terra battuta che, però, è diverso rispetto agli altri per via di un elemento chiave: l’altura.

Qui la palla rimbalza più alta e viaggia molto di più. Le condizioni sono diverse e questo fa sì che alcuni giocatori si adattino meglio rispetto ad altri. Se analizziamo i tornei sulla terra, a Madrid si sono viste più sorprese”, spiega Pescosolido. La quota, intorno ai 700-800 metri, incide in maniera evidente sul gioco, rendendo la superficie più rapida rispetto alla terra tradizionale.Il kick serve rende di più, perché la palla rimbalza più alta e mette in difficoltà l’avversario. Allo stesso tempo, però, è più complicato controllare i colpi, soprattutto in difesa. È una terra più veloce, dove non è facile scivolare e recuperare”.

Nonostante le condizioni particolari, però, i giocatori di alto livello riescono comunque ad adattarsi in tempi relativamente brevi: “I più forti, dopo due o tre allenamenti, trovano le misure. Però resta un torneo diverso dagli altri, questo sì”.

Un fattore che si inserisce anche in un calendario particolarmente denso nella prima parte della stagione su terra: “Ci sono tanti tornei ravvicinati, come Montecarlo, Barcellona o Monaco, e poi subito un Masters 1000 come Madrid prima di arrivare a Roma e Parigi. Non è semplice gestire tutto e scegliere dove giocare”.

Sul percorso di crescita di Jannik Sinner sulla terra battuta, Pescosolido non ha dubbi: i segnali c’erano già da tempo, ma oggi il livello raggiunto dall’azzurro è sotto gli occhi di tutti.
In realtà non ho mai avuto grandi dubbi sul fatto che potesse essere super competitivo anche su questa superficie”, spiega. “Già lo scorso anno, a Parigi, era arrivato vicinissimo: ha avuto match point, quindi parliamo davvero di dettagli”.

A fare la differenza, oggi, è un insieme di fattori che vanno oltre il semplice adattamento alla terra: “Sta benissimo fisicamente e ha una fiducia enorme, ma soprattutto ha migliorato tanti aspetti del suo gioco. Il dritto ha più rotazione, usa molto bene la palla corta, il servizio, sia la prima che il kick, è cresciuto tantissimo. A Montecarlo si è visto spesso andare a rete, fare serve&volley quando l’avversario risponde da lontano, oppure seguire il dritto in avanzamento. Sono tutte soluzioni che ha aggiunto e che utilizza con grande efficacia”.

Contro avversari come Alexander Zverev, inoltre, le varianti possono fare particolarmente male, mentre il discorso cambia leggermente contro Carlos Alcaraz: “Con Alcaraz funzionano meno, perché è un giocatore diverso, più completo, capace di anticipare e accelerare. Le partite tra loro si decidono spesso su pochi dettagli”.
Al di là dei singoli matchup, però, il salto di qualità è evidente: “Oggi Sinner è più completo sotto tutti i punti di vista. Serve meglio, si muove meglio, ha più soluzioni. E poi, vincendo tanto, cresce ulteriormente anche la fiducia”.

Un altro aspetto determinante è la risposta, diventata un’arma costante: “Quando giochi contro uno così, sai che anche se riesci a strappargli il servizio, non sei mai tranquillo. Risponde sempre, ti mette pressione continua: è quasi un’agonia per l’avversario”.

Non a caso, anche nella finale di Montecarlo l’azzurro ha fatto la differenza proprio in questo fondamentale: “Rispetto ai turni precedenti, dove rispondeva più da lontano, in finale si è avvicinato molto di più, togliendo tempo all’avversario e mettendo grande pressione al servizio. È stato un fattore decisivo”.

Proprio dal successo nel Principato, Sinner porta con sé una crescita completa, che va oltre un singolo aspetto del suo gioco. Per Pescosolido, il valore del torneo non è racchiuso in un solo dettaglio tecnico, ma in un insieme di aspetti: “Si porta via un po’ tutto: dal servizio alla risposta, fino alla gestione delle condizioni”, spiega il coach. “Non erano situazioni semplici. Io ero lì e la mattina c’era un tempo molto variabile, poi nel corso della settimana le condizioni sono cambiate: il vento praticamente non c’è stato per gran parte del torneo, ma in alcuni momenti, come in finale, è tornato e ha inciso, anche per un’ora o un’ora e mezza di gioco in certe giornate. È stato molto bravo a gestire queste situazioni e tatticamente è stato perfetto”.

Sul momento di forma di Flavio Cobolli, Pescosolido vede segnali incoraggianti, pur senza nascondere qualche aspetto su cui lavorare.
Secondo me la Top 10 è un obiettivo alla sua portata”, spiega il coach. “Ha le qualità per arrivarci: è migliorato molto al servizio, in risposta è sempre stato solido e ha una grande mobilità. Si difende bene, ma sa anche prendere in mano lo scambio e il dritto gli porta tanti punti”.
Un’evoluzione evidente anche sul piano tecnico: “Ha fatto passi avanti importanti, soprattutto con il rovescio lungolinea, che oggi usa con più sicurezza. In generale è un giocatore più completo, ha più fiducia e sente di poter stare a quel livello”.

Allo stesso tempo, però, la pressione di un obiettivo così ambizioso può aver inciso in alcune fasi della stagione: “È normale che, quando dichiari di puntare alla Top 10, poi ti porti dietro un certo peso. Se perdi nei primi turni di tornei importanti, quella pressione si fa sentire. Nei tornei ATP 250 e 500 ha già dimostrato continuità. Ora il passo successivo è riuscire a fare lo stesso anche nei Masters 1000 e negli Slam”.

Un aspetto chiave, emerso proprio nella recente finale raggiunta a Monaco di Baviera, riguarda la gestione delle energie: “In quel torneo si è vista una cosa importante: la capacità di vincere partite anche senza dover sempre lottare fino in fondo. Lui sta bene nelle battaglie, ma per fare il salto di qualità devi anche saper chiudere prima, risparmiando energie per le fasi decisive. Arrivare in fondo con freschezza fa la differenza. I migliori ci riescono, ed è uno step che deve consolidare anche lui”.

Un altro aspetto interessante riguarda il contesto in cui stanno crescendo i giovani italiani, oggi molto diverso rispetto al passato. Per Pescosolido, le nuove generazioni possono beneficiare di una pressione più “distribuita”, anche se non priva di effetti collaterali.

Negli anni scorsi, quando c’erano meno giocatori italiani ad altissimo livello, su ogni giovane che emergeva si concentravano aspettative enormi”, spiega il commentatore. “Penso a ragazzi come Quinzi, Napolitano o Baldi: appena uno faceva un buon risultato, sembrava dovesse diventare il punto di riferimento del movimento. Adesso il livello medio è molto più alto. Abbiamo tanti giocatori tra i primi 20-30 del mondo e questo permette ai più giovani di crescere con meno pressione addosso”.

Una situazione che presenta però anche un’altra faccia della medaglia: “Da una parte è un vantaggio, perché puoi lavorare con più serenità. Dall’altra, però, chi è subito dietro a Sinner, come Musetti o Cobolli, finisce inevitabilmente sotto una lente diversa, perché le aspettative restano comunque alte. Oggi magari un quarto di finale in uno Slam viene percepito quasi come un risultato ‘normale’, mentre prima era qualcosa di straordinario. Questo dice tanto del livello raggiunto dal movimento, ma anche di quanto si siano alzate le aspettative”.

In generale, però, l’impatto della nuova generazione è estremamente positivo, soprattutto dal punto di vista mentale: “Questi ragazzi hanno una solidità impressionante. Penso a giocatori come Sonego, Cobolli o Musetti: anche quando sono in difficoltà, restano sempre attaccati alla partita. È una qualità mentale che oggi si vede sempre più spesso e non so se sia qualcosa che si è sviluppato negli anni o se faccia parte proprio della loro formazione, ma è evidente che abbiano un approccio molto più solido e positivo”.

Infine, la presenza di un leader come Sinner rappresenta anche uno stimolo ulteriore: “Avere un numero uno al mondo ti spinge a dare qualcosa in più. Vedi che è possibile arrivare lì e, anche inconsciamente, alzi l’asticella. Questo vale per tutti: Musetti, Cobolli e gli altri. È un traino importante per tutto il movimento”.

Su Musetti e gli infortuni nelle partite importanti, Pescosolido ha le idee chiare: “Ci sono stati momenti importanti negli ultimi tempi, come a Montecarlo 2025, al Roland Garros e anche ad altri tornei, ma quando arriva il momento di fare l’ultimo passo, quello per chiudere e ottenere il grande risultato, lì qualcosa si complica. Non dico che si irrigidisca, ma un po’ di tensione si sente. Non è una cosa casuale: non succede al secondo turno, succede quando è lì per fare il salto”.

Inoltre, sul tema del prolungato recupero fisico che il numero 2 italiano necessita dopo ogni stop, ha aggiunto: “È anche una questione di caratteristiche. Musetti è un giocatore che deve costruire tanto, che ha bisogno di scambi più lunghi, di ritmo. Non è come chi si appoggia su servizio e dritto. Per questo motivo, quando rientra da un infortunio, ha bisogno di più tempo per ritrovare la condizione migliore. Non è un fatto di essere più o meno bravo, ma proprio di tipo di gioco”.

Nel tennis moderno i giovani tendono a infortunarsi di più? Per Pescosolido il tema è complesso e non può essere ridotto soltanto a un aumento dei carichi o a una maggiore intensità di gioco.
Alcune cose sono cambiate. Oggi non esistono più le 6-7 settimane di preparazione che si facevano un tempo. È cambiato proprio il modo di allenarsi, anche perché non si fanno più certi tipi di lavori e carichi pesanti. In generale c’è meno preparazione ‘bloccata’ e più continuità durante la stagione. Prima la pausa non era così breve, non c’erano tutti questi cambi di attrezzatura e di intensità”.
Di conseguenza, anche gli infortuni sono aumentati: “Su questo ci sono pochi dubbi. Poi ogni giocatore ha una propria tipologia di problema. L’anca, per esempio, è un’area molto sollecitata oggi perché si gioca spesso in open stance e questo porta a stress articolari importanti. Rispetto al passato, queste problematiche sono sicuramente più frequenti”.

Nei periodi negativi di un tennista, al netto degli aspetti fisici, le difficoltà fanno parte del percorso. È il caso, in questo momento, di Jasmine Paolini, chiamata a reagire.

Lo scorso anno ha vinto a Roma, ha fatto bene a Miami con una semifinale e si è confermata anche in altri tornei come Stoccarda. Il livello lo ha dimostrato”, afferma Pescosolido. Tuttavia, secondo lui, il tema principale è la continuità: “Il livello c’è, ma rispetto al periodo con Furlan non ha avuto la stessa stabilità di rendimento. Con lui aveva costruito una continuità incredibile, giocando bene per lunghi periodi e ottenendo risultati importanti anche nei grandi tornei”.

Per Pescosolido, la differenza rispetto al passato non riguarda il talento, ma la gestione del percorso: “Il tennis c’è, ma servono scelte più nette e una direzione più definita. A volte è necessario essere più decisi nel costruire il proprio percorso, perché il tempo e l’esperienza ti insegnano che certi passi vanno fatti con convinzione”.

Pur riconoscendo il valore degli allenatori cambiati da Paolini nell’ultimo periodo, Pescosolido sottolinea l’importanza di una guida forte e ben definita, facendo riferimento anche alla situazione nel team di Alcaraz: “Juan Carlos Ferrero è un tecnico preparatissimo, Samuel Lopez è un ottimo professionista, ma lo vedo più come seconda figura che come primo allenatore. In certi momenti serve una leadership chiara, una figura forte che abbia già costruito giocatori vincenti. Non è una questione di qualità del lavoro degli allenatori, ma di avere punti di riferimento solidi nei momenti delicati della carriera. Quando arrivano le difficoltà, la differenza la fanno le figure che ti guidano davvero nei passaggi chiave”.

Ripensando al passato, poi, l’ex tennista azzurro commenta la scelta di Paolini di giocare sia il singolare che il doppio: “Se fossi stato al suo posto, una volta entrato nelle prime 10, non avrei necessariamente abbandonato il doppio, ma mi sarei concentrato ancora di più sul singolare. Le possibilità per rimanere stabilmente tra le prime cinque giocatrici del mondo c’erano perché aveva un tennis diverso da tutte le altre”.

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