Tra palco e realtà
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 42 di Vanity Fair, in edicola fino al 20 ottobre.
Se la vita è un riflesso e l’arte soltanto un punto di vista – «Il cinema lo fa chi lo guarda, non chi è guardato» – il Commendatore al Merito Lina Sastri sceglie da sempre l’angolo privilegiato da cui osservarla. Che dispieghi la lezione di Eduardo, canti o reciti su un palco, Lina è sempre Lina, più in là dei suoi personaggi, oltre la linea d’ombra che ogni destino è chiamato ad attraversare, sola, con il suo talento. Nanni Moretti e Giuseppe Bertolucci le affidavano silenzi così enigmatici da fare rumore. Francesco Rosi puntava sul suo profilo greco per i monologhi sentimentali di Filumena Marturano in un mondo abituato a difendersi di preferenza «con la carta e con la penna». Oggi, a decenni di distanza, mentre si prepara a rientrare in scena (da gennaio ad aprile con Maria Stuarda di Dacia Maraini), Lina ancora regna sullo stesso spicchio di palco di qualche anno fa perché l’emozione, dell’anagrafe, si fa beffa.
Il momento è difficile per tutti e la ripresa appare ancor più complicata per chi vive di arte. Come sta?
«È un momento sospeso. Siamo abituati a pianificare le cose, soprattutto per il teatro, almeno una stagione prima. Ora ci siamo ritrovati in un mondo in cui non si può programmare nemmeno la vita quotidiana, figuriamoci il lavoro».
Ha avuto più tempo per se stessa; per lei è cosa rara?
«Devo dire che ho ritrovato il tempo, quel tempo che tutti un po’ inseguiamo. La solitudine non mi ha divorata, anche se la distanza dagli affetti mi ha intristita. Non è stato mortificante lì per lì, ma è stato paradossalmente più complicato riprendere a lavorare. Noi che abbiamo a che fare con l’espressione libera del pubblico, dai bar ai ristoranti, ai teatri, stiamo tutti soffrendo».
Com’è stato ritrovare la gente in sala?
«Io sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di lavorare quest’estate. Con postazioni ridotte e sempre in luoghi all’aperto, sono riuscita a portare in scena due spettacoli che ho amato immensamente: Maria Maddalena o della salvezza ed Eduardo mio. Occasioni che mi hanno fatta reinnamorare della mia terra».
In che modo?
«È stato meraviglioso riscoprire, per esempio, la Reggia di Caserta. Sono quei posti che vedi da bambina con le gite di scuola, credi di conoscerli, ma in realtà sono tutti da scoprire. Capita che, vivendoci così vicino, uno non si accorga della bellezza di certi luoghi».
Ha recentemente dichiarato che, nel mondo dello spettacolo, sente di essere stata capita solo da poco. Che cambiamento ha percepito?
«È sicuramente cambiato qualcosa negli ultimi anni. Sa, io nasco attrice, cresciuta con i grandi classici e con la fortuna di lavorare e imparare dai grandi maestri. Napoli mi ha dato tutto quello che ho, la città e mia madre mi hanno trasmesso questa ricchezza di cui sarò eternamente grata. Ho scoperto per caso di avere il dono della musica. È successo sempre più spesso che la gente amasse vedere la musica e la recitazione insieme e io in maniera libera, fluida e istintiva ho costruito i miei spettacoli, portandoli poi in giro per il mondo».
Parallelamente arriva il cinema.
«Per questa trasversalità io non ho combattuto, l’ho solo seguita. Ha creato confusione: cercavano di inquadrarmi, ma io non rientravo in nessuno scomparto, in nessuna classificazione. Ero napoletana ma recitavo anche in italiano, cantavo mentre interpretavo… Ma una cosa ci tengo a dirla: io quando canto canto, non sono un’attrice che canta, e quando recito recito, non sono una cantante che recita. Bene o male, questo non lo so, dipende dalle circostanze» (ride).
Lei è cresciuta nel mondo dello spettacolo. A 17 anni è andata via di casa per debuttare, poco dopo, a teatro. Ha qualche rimpianto?
«Ci sono molti “no” che ora non ridirei, soprattutto nel cinema. Sa, quando uno è giovane è più fragile. Mi sono creata dei paletti da sola: mi difendevo, ed ero davvero inflessibile su certe cose. Sa chi mi fa paura?».
Chi?
«Chi è sempre dolce. Ho imparato con gli anni che solo chi è dolce è davvero duro e solido. Io ho tante di quelle paure e mi sono creata inconsapevolmente questo scudo per cui all’esterno risulto forte, invece sono molto fragile e come tutti gli artisti cerco di nascondere la mia natura. Ho sempre inseguito il sogno della famiglia. Penso che un essere umano femminile sia fatto anche per vivere l’amore, un miracolo impossibile a cui ancora credo».
È cambiato il suo rapporto con la fragilità, negli anni ?
«Non glielo saprei dire. Ecco, forse mi dispiace di avere aperto gli occhi. Quando sei giovane corri verso il rischio, fregandotene delle conseguenze. Poi, più cresci e meno sogni: hai più paura, hai più ferite. Se questo ti succede presto, vuol dire che la giovinezza l’hai lasciata un po’ indietro. Anche se dentro il cuore io sono ancora quella ragazzina di 17 anni che pensa che sul palcoscenico sia possibile vivere la libertà che nella vita non riesce a trovare».
I giovani di oggi hanno smarrito questa libertà?
«Assolutamente. In Appunti di viaggio, dialogo libero con il pubblico, ne parlo. Di come sono stata fortunata a vivere un’adolescenza dove pensavamo di cambiare il mondo. Dove credevamo che la fantasia potesse vincere e che i sogni potessero prevalere. Eravamo così pericolosi che ci hanno subito fermati. Oggi invece sono tutti allineati, in pochi rompono le righe, in molti pensano che sia meglio avere che essere».
Crede che i social abbiano avuto un impatto su tutto questo? Lei come li vive?
«Internet è sicuramente la vera rivoluzione storica che stiamo vivendo. Questo è un discorso filosofico che per essere affrontato richiederebbe dei mesi ma, per dirla in poche parole, non capisco questo protagonismo che spinge a rendere pubblica ogni cosa. Una volta era pubblico solo il personaggio: che fosse il politico, lo sportivo, l’artista. Ogni tanto rilasciavano interviste, la gente le leggeva e si faceva un’opinione. Adesso mi sembra che tutti si sveglino la mattina con l’unico scopo di oggettivizzare se stessi».
Si è velocizzato tutto.
«Si, è vero, ma temo che sia una velocità che non lascia semi che poi possano germogliare. È come il vento, passa attraverso le foglie, muove tutto, e se ne va. Senza profondità. Non se la può permettere la profondità, questa velocità».
Di questo nuovo mondo porterebbe qualcosa nel passato?
«Come prima cosa la medicina e tutte le sue scoperte. Su questo abbiamo fatto grandi passi in avanti, ed è la cosa più importante. E poi anche la possibilità di accedere alle informazioni. Prima, se non si avevano le risorse o una famiglia con la biblioteca, non si poteva imparare, non si poteva sapere. Ora la conoscenza, anche se a volte superficiale, è alla portata di tutti. Questa è una cosa bellissima».
Il cinema è luce. Il teatro è gelo. Sono due frasi con cui è d’accordo? Come convivono in lei le due anime?
«Sono due cose diverse. Il teatro è gelo perché sei solo con te stesso, soprattutto se hai responsabilità sia artistiche sia imprenditoriali, devi fare i conti con l’esigenza di dire la verità attraverso la recitazione. Il cinema è luce perché lo fa soprattutto colui che ti guarda, il regista, il direttore della fotografia. Realizza e confeziona quel momento che la gente poi vedrà. Se non hai quella luce che ti illumina, fatta dall’occhio di chi ti guarda, dal taglio dell’inquadratura o dal montaggio, lo sforzo può essere vano».
Nella vita di tutti i giorni Lina fa fatica a esprimersi senza arte?
«C’è sempre stata una percezione sbagliata di me. Non so perché, ma sono preceduta dalla favola di avere un brutto carattere. Ci combatto da tutta la vita. Se una persona mi vede solo come artista penserà che io sono così come mi vede sul palco, ma la Lina nel quotidiano è diversa. Sono piena di inquietudini che molte volte non corrispondono al personaggio che interpreto. Forse anche per questo faccio l’artista, perché non mi reputo una persona compiuta nella vita di tutti i giorni».
(FOTO: Massimo Masini)