La regina Elisabetta e l’impegno durante la guerra (che l’ha resa più forte)
Quando la Germania invase la Polonia, nel settembre del ’39, la principessa Elisabetta – erede al trono – aveva appena compiuto 13 anni. Oggi, che di candeline ne ha spente ben 94, ITV1 le dedica un documentario analizzando il suo impegno nel corso della Seconda Guerra Mondiale: un evento che ha marchiato la vita della sovrana britannica, avvicinandola ai sudditi e rendendola sicuramente più forte.
Sì, perché proprio durante il conflitto internazionale, la giovane Elisabetta si rese protagonista di gesti importanti, rimasti nella storia. Innanzitutto con il suo primo annuncio radiofonico, nel 1940, per il programma «Children’s Hour» della BBC: «Stiamo facendo il possibile per aiutare i nostri valorosi i soldati e stiamo pure cercando di sopportare la nostra parte di pericolo e di tristezza per la guerra».
Parole indirizzate soprattutto ai ragazzi che, come lei, erano stati evacuati. Da Londra al castello di Balmoral, poi nella residenza di Sandringham, nel Norfolk: sia Elisabetta che sua sorella Margaret cambiarono casa ma rimasero in Gran Bretagna, nonostante qualcuno spingesse per trasferirle in Canada: «Le bambine non se ne andranno senza di me», disse la regina madre, «e io resterò qui con il Re».
Così, mentre la guerra si faceva più cruenta, nel 1943 Elisabetta fa la sua prima apparizione pubblica da sola, durante una visita alle Grenadier Guards. Poi, due anni più tardi, convince il padre a consentirle di partecipare personalmente allo sforzo per la guerra e si unisce al Servizio Ausiliare Territoriale, diventando di fatto la prima donna della royal family a prestare servizio militare attivo.
Numero identificativo «230873», addestrata come autista e meccanico, promossa presto comandante junior: «La guerra le ha dato umanità, facendole capire che condivide tante cose con la gente che in quel periodo stava soffrendo», dice la biografa Jane Dismore. Forse è per questo che, nel giorno della Vittoria (8 maggio 1945), scende in strada a festeggiare in uniforme, mischiandosi con la folla.
Quella che lei ha etichettato, come ricorda la giornalista Ingrid Seward, «la notte più emozionante della sua vita».