5 domande a Germanò
Germanò è il nome d’arte di Alex D’Andrea, cantautore italiano nato nel cuore di Trastevere, a Roma. Con lui abbiamo parlato di impulsività, di mostri sacri della musica italiana e di dischi concepiti per far crescere le piante.
1. Ciao! Per iniziare vorremmo chiederti una citazione tratta da una canzone che ti rappresenta. Qual è la tua?
Ho scelto di citarvi una canzone di Luca Carboni, un vero e proprio classico: Mare mare. La citazione che mi rappresenta maggiormente è «Mare, mare, mare, cosa sono venuto a fare se non ci sei tu, no, non voglio restarci più». Sono una persona impulsiva che tende a razionalizzare a posteriori e in alcuni casi mi pento di aver assecondato quell’impulsività, un po’ come Carboni che prende la sua moto e corre verso il mare con molto entusiasmo, una volta arrivato giù al molo si accorge che non c’è nessuno ad aspettarlo e il suono delle ragazze che sghignazzano in lontananza lo fa sentire solo.
2. Definisci il tuo lavoro attraverso tre tuoi brani!
Il primo brano è Grace, da cui è partito tutto il mio progetto: quando l’ho composta sentivo di aver scritto una canzone che avesse il potenziale per poter essere davvero apprezzata.
Il secondo brano è Per non riprendersi: è una canzone uscita dopo il mio primo disco, Per cercare il ritmo, e ha segnato una svolta da un punto di vista sonoro e un momento di sperimentazione divertente.
L’ultimo brano è Matteo non c’è: si tratta del secondo singolo uscito contenuto nell’ultimo disco Piramidi, in cui ho cercato di svincolarmi dalla canzone d’amore realizzandone una velatamente politica. Non è stato facile arrivare a quella conclusione ed è servito un processo creativo molto ragionato sui testi: prima ero solito lasciarmi andare senza pensare troppo al risultato finale.
https://www.youtube.com/watch?v=4FgPhgxM5ss&feature=emb_title3. In quale filone si inserisce la tua musica? Quali sono i tuoi artisti di riferimento quando scrivi?
Se dobbiamo inserire la mia musica in un filone direi che sento di appartenere alla scena indie pop: la mia musica prende ispirazione da tante cose differenti, cerca di mettere insieme tanti ascolti, dal cantautorato alla disco music fino alla musica leggera italiana e francese. Sicuramente Battisti e Mogol sono, tra tutti i miei riferimenti, la base imprescindibile e il motore ispiratore che mi ha fatto cominciare a scrivere canzoni in italiano.
4. Qual è il più grande successo che hai collezionato per ora nel CV e cosa vorresti rispondere se questa domanda te la facessimo tra un anno?
L’aver scritto un pezzo per Emma Marrone è sicuramente un piccolo successo personale: è contenuto nel suo ultimo disco Fortuna. Fino allo scorso anno non mi sarei mai immaginato di riuscire a farlo, non pensavo che scrivere per altri fosse una strada per me percorribile. Nel prossimo futuro mi auguro di riuscire a fare qualche concerto live, ma vista la situazione terribile che stiamo vivendo è tutto molto incerto.
5. “My funniest experience is…”
Sicuramente non è la mia “funniest experience” ma l’anno scorso a Milano ho visto rifare dal vivo Plantasia di Mort Garson, un disco new age degli anni Settanta concepito per far crescere le piante. È stato uno dei concerti più belli non solo perché si è tenuto in una gigantesca serra ma perché ricordo di aver riconosciuto Francesco Bianconi (il cantante dei Baustelle, ndr) che era proprio accanto a me.