Cassazione: Carola Rackete agì correttamente
«L’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro». Con queste parole la Corte di Cassazione ha spiegato perché Carola Rackete, comandante della nave Sea Watch, ha agito correttamente in base alle disposizioni sul «salvataggio in mare» entrando nel porto di Lampedusa fra giugno e luglio del 2019.
La Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza che confermava il no all’arresto della Rackete con l’accusa di aver forzato il blocco navale della motovedetta della Guardia di Finanza che doveva impedire l’accesso al porto.
A giustificare l’azione della comandante il rischio di pericolo per le vite dei migranti a bordo della sua nave. Confermato anche l’obbligo di prestare soccorso secondo la convenzione internazionale Sar di Amburgo che non termina nel salvataggio in mare, ma con lo sbarco in un porto sicuro e la conseguente possibilità di chiedere la protezione internazionale per i profughi secondo la Convenzione di Ginevra.
Gli ermellini escludono anche la natura di nave da guerra della motovedetta della Guardia di Finanza perché non guidata da un ufficiale della Marina. La gip di Agrigento Alessandra Vella non aveva convalidato l’arresto di Carola Rackete proprio perché aveva escluso il reato di resistenza e violenza a nave da guerra, di cui era accusata la donna. Contro questa decisione aveva fatto ricorso la Procura, ma la Cassazione, il 17 gennaio, lo aveva rigettato.
Era l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini a chiedere l’arresto della Rackete e ugualmente dura è stata la sua reazione alle motivazioni della sentenza. «Voglio leggere bene questa sentenza della Cassazione perché se è vero quello che leggo, che si può speronare una nave della Guardia di Finanza con a bordo cinque militari della guardia di finanza, è un principio pericolosissimo per l’Italia e per gli italiani».