L’anima di Diego, dietro il mito «Maradona»
La filosofia del regista Asif Kapadia è che i miti non cadano da soli, ma vengano creati, plasmati, incensati, e poi mano a mano demoliti, distrutti. Da noi. Lo aveva dimostrato bene in Amy, il documentario sulla cantante Winehouse che aveva presentato a Cannes nel 2015. Torna a farlo, prepotente, in Diego Maradona, il film-racconto sul Pibe de oro, che esce per tre giorni nelle sale italiane (23-25 settembre), distribuito da Nexo Digital e Leone Film Group.
https://www.youtube.com/watch?v=04kw7ePn0gg&feature=youtu.beCerto, nel caso della Winehouse si è andati oltre, il destino è stato decisamente più crudele, ma c’è qualcosa di profondamente lacerante e doloroso (anche) nella parabola dell’uomo ancora vivente Maradona, che in poco tempo da essere Dio è caduto all’inferno, diventando un «Lucifero».
I riferimenti non sono casuali, sono citazioni presenti nel documentario, in quei titoli e pagine di giornali che prima chiamavano Maradona «il più grande di tutti», e poi qualche anno dopo «Satana», nel migliore dei casi «l’antipatico».
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La nuova sfida di Maradona (che torna ad allenare in Argentina)Anche chi negli anni ’80 non c’era o comunque il mito di Maradona l’ha vissuto poco, capirà molto bene il racconto. Perché Kapadia è stato in grado di restituirli bene quegli anni. E, pur non essendo italiano, di parlare «bene» dell’Italia di quei tempi.
Tra filmati amarcord di partite, interviste, radiocronache originarie, sequenze «infrascicate» negli spogliatoi (con un irresistibile Giampiero Galeazzi), ma anche ritratti di famiglia, testimonianze private e originali (fra cui quella alla sorella e al personal trainer Fernando Signorini), è per contraddizioni che lavora Kapadia. La sua tesi è che Diego e Maradona siano sempre state due anime distinte: della stessa persona, ma molto diverse e in continua lotta tra di loro. Diego, rimasto d’indole sempre il ragazzo timido e povero degli slums; Maradona, la star mondiale del pallone che non poteva mai mostrarsi insicuro. Chi conosceva uno non riconosceva l’altro, e viceversa. Come spiegano bene lo stesso Signorini, ma anche la compagna di una vita del calciatore, Claudia Villafañe (oggi sua ex moglie e madre delle due figlie, Dalma e Giannina) e l’amico e collega Ciro Ferrara.
«Diego non era Maradona, ma Maradona si portava Diego ovunque». Il che vuol dire dalle baracche di Villa Fiorito ai campi di calcio, fino addirittura alla Coppa del mondo, conquistata con l’Argentina in Messico nel 1986. Ma anche sulle copertine dei giornali, in televisione, in mezzo a una folla scatenata da cui era perennemente inseguito, celebrato, «perseguitato».
Correndo (veloce, sempre più degli altri), Maradona era passato in pochi anni dalla maglia del Buenos Aires a quella del Barcellona, per arrivare a Napoli nel 1984, nella società di Corrado Ferlaino che nonostante sull’orlo del baratro si assicurò il più grande giocatore dei tempi. Con lui, quella squadra «sgarrupata» di una città a caccia di riscatto (così incredibilmente denigrata anche dai tifosi razzisti del Nord Italia, a cui Kapadia dedica una pungente sequenza) riuscì nell’impresa di vincere il primo scudetto della storia. Correva l’anno 1987, e Diego Armando Maradona divenne ufficialmente un eroe. Celebrato ovunque, allo stadio, per strada: persino all’ingresso del cimitero dove si leggeva lo striscione «Non sapranno mai che si sono persi».
Come ogni parabola che si rispetti, però, quello fu anche l’inizio della fine: Diego smise di essere (solo) il fidanzato amorevole, il tenero papà che prendeva in braccio la sua bambina appena nata, il figlio che telefonava a mamma dopo aver vinto il Mondiale, dicendole «ti amo, ti voglio bene»; divenne anche il campione che alla Camorra (e alla famiglia Giuliano) non poteva dire di no, che si faceva «comprare» con i Rolex, che frequentava festini e locali nei cui bagni «succedeva di tutto».
Sono i primi anni del declino personale, ancora non di quello professionale. Per quello bisognerà attendere Italia ’90, quel rigore con cui Maradona mandò a casa gli Azzurri in semi-finale, e per il quale fu etichettato «infame» da una intera Nazione. Fu allora che il Dio (ormai stanco) Maradona cominciò a perdere la sua aurea. E, per lui che già anni addietro aveva tentato la fuga da(l) Napoli, ché aveva già capito da tempo che «non ce la facevo più», cominciarono le rogne, le campagne di odio, i controlli anti-doping, le intercettazioni della magistratura, che lo portarono presto in tribunale, e lontano dai campi di calcio. Solo, abbandonato, odiato. Ora: che il mito di Diego Armando Maradona sia cominciato a vacillare (soltanto) per quel gol, e che la responsabilità delle sue azioni sia così tanto nostra e così poco sua magari non convince fino in fondo. Ma fa un certo effetto in meno di tre ore passare dalle immagini chiassose e festanti dell’inizio (il tifo, gli stadi, Fantastico, Heather Parisi, «ho visto Maradona, ho visto Maradona») all’immagine imbolsita e allo stesso tempo fragile dell'(ex) grande calciatore, smarrito e in lacrime. E ritrovarsi, forse, davvero, una ultima volta al cospetto dell’anima più vera di Diego, l’uomo che è sempre stato dietro al mito Maradona.