Ambra Angiolini: «Furto d’identità»
Non ho voglia di parlare del primo giorno di scuola. Ho deciso di viverlo sul campo il primo giorno, o più precisamente il tragitto che prepara ogni studente alla «prima entrata» d’inizio stagione.
Certo che non è la prima volta che vado verso i cancelli delle rispettive scuole, ma è la prima volta che ci vado non da mamma ma da ZELIG. Questa mattina ruberò l’identità a mia figlia e cercherò di mettermi nei suoi panni. Scendo con Jolanda alle 7.15 precise cercando di entrare in ansia come lei per non arrivare alle 7.54 bensì alle 7.52: da mamma la vivo come una pressione orribile ma da studentessa/figlia, invece, è FONDAMENTALE.
Cammino tutta tremolante, guardo lo stesso tremolio nelle mani di mia figlia che, in più, non muove il collo per paura di spettinarsi: faccio lo stesso. Irrigidisco i muscoli e tento di combattere il venticello che vuole farmi arrivare «in società» tutta imperfetta. Indosso cuffie e ascolto musica a tutto volume, proprio come Jolanda. Dalle sue cuffie risuonano i Bring Me the Horizon con Drown, dalle mie Stella stai di Umberto Tozzi e, mentre camminiamo in playback, lanciamo occhiate per guardarci intorno nella speranza di vedere arrivare qualche volto conosciuto, in una botta di vera fortuna perfino la nostra amica del cuore.
Proseguo con passo spedito tenendo gli occhi fintamente distratti dal flusso degli altri studenti quando all’improvviso, come un pilota di rally, Jolanda effettua un testacoda e sparisce dietro una strada alberata. Io non capisco, ma faccio lo stesso testacoda e m’inguatto dietro un albero. Sono praticamente dietro di lei, che voleva soltanto evitare un tipo per motivi che non mi riguardano e di conseguenza anche io. La scena è stata monitorata da un signore che, appena mi becca, mi dice: «Bella signora, è stata bocciata?» e ride della sua originalissima battuta mentre io, che vorrei tanto fermarmi e regolare i conti, lo guardo con aria circospetta perché essendo «più piccola» di lui non posso dare confidenza agli estranei adulti nascosti dietro ai cespugli. Questo dicono a casa prima di uscire, giusto? Esco un attimo dal corpo di Jolanda, mi rispondo da sola che ho ragione e poi continuo a camminare.
Il collo mi fa sempre più male, questa rigidità non mi aiuta a camminare bene, preferirei che qualche capello si muovesse per evitare l’ernia cervicale, ma devo resistere perché tutte «le altre» come me, mia figlia per prima, restano con i capelli perfetti o scientificamente incasinati.
Giriamo l’angolo per prendere una qualche posizione davanti all’enorme cancello, sento il cuore in gola, gli occhi si sbarrano, sento che tutti mi guardano anche se non è assolutamente vero. Jolanda è immobile in un angolino, finta tranquilla proprio come me, ci siamo quasi: bisogna solo rimanere fermissime altri due minuti e aspettare i rinforzi per sciogliere la tensione da «isolamento» anti-figura-di-m.
Passano ragazze che mi odiano, almeno questo penso, ragazzi che mi piacciono, divento rossa e vorrei essere invisibile, ragazzi ai quali piaccio che mi stanno antipatici e allora mi atteggio facendo finta di «avere altro per la testa».
Ore 7.56 arrivano finalmente le amiche. Sono tutte in ritardo come al solito, Jolanda le abbraccia e cominciano a ridere commentando l’attesa, chi è passato, come e quando. Io ridacchio e dovrei abbracciare qualcuno perché l’istinto è quello, ma girandomi trovo solo un enorme piazzale deserto… In due minuti sono scomparsi tutti i ragazzi. Per loro sono iniziate le lezioni e, pronti per me, in fila indiana ci sono: lo psicologo, l’assistente sociale, l’ortopedico e il fisioterapista.
Buon inizio a tutti, godetevela voi che potete. Io no, se mi rilasciano magari ripasso l’anno prossimo… In macchina.