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Epidemia ebola, Msf: «Un’emergenza fuori controllo»

L'emergenza ebola in Nord KIvu
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Nella Repubblica Democratica del Congo si continua a morire di ebola. L’Organizzazione Mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia un’emergenza sanitaria internazionale, una condizione straordinaria che implica limitazioni nei viaggi e quindi restrizioni sui commerci.

Dall’agosto 2018, quando si è diffuso virus, sono morte almeno 1700 persone  mentre 2500 sono state infettate. Nonostante siano migliorati gli strumenti tecnici con cui agire sull’epidemia, ovvero vaccini e farmaci, il contesto di guerra in cui versa la Repubblica Democratica del Congo rende molto più difficile la presa in carico dei pazienti e quindi la sconfitta dell’epidemia.

«In una regione in guerra, come in questo caso, è molto più complesso coinvolgere le comunità, arrivare alle persone e per bloccare questo tipo di virus è fondamentale», ci spiega la dott.ssa Claudia Lodesani, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, infettivologa, che ha lavorato sul campo durante l’epidemia  del 2015 e l’anno scorso.

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«Quest’emergenza ha tre caratteristiche fondamentali. La più importante è che per la prima volta si sviluppa in un Paese in guerra. La seconda è che ci troviamo in una zona di commerci, ci sono almeno altri due Paesi grandi, come Uganda e Sud Sudan abbastanza vicini e quindi a forte rischio di propagazione, l’ultima è il fatto che rispetto al 2015 ci sono stati dei miglioramenti tecnici: vaccini e farmaci che aiutano l’intervento».

 

Ma da soli non bastano. Ebola è infatti un virus che si contrae attraverso i liquidi corporei e colpisce quindi tutte le relazioni umane, seminando paura e diffidenza. «Per questo motivo è importante attuare strategie di sensibilizzazione e prevenzione», continua Lodesani. «Il contesto di guerra rende più difficile il contatto con le comunità ma è essenziale riuscirci e collaborare con la popolazione».

Per raggiungere le persone che potrebbero essere infettate, è fondamentale, nell’arco di 21 giorni (il periodo di incubazione va dai 2 ai 21 giorni), arrivare a tutti i possibili contatti di ogni singolo paziente. Il virus si manifesta con una febbre molto alta che può portare rapidamente alla morte, il primo caso risale al 1976.

Un dato che aggrava la situazione è il primo caso segnalato a Goma, che con circa un milione di abitanti è la città più grande del paese  e centro di riferimento per il commercio, a essere coinvolta nell’epidemia.  «Siamo davanti a un’epidemia al momento fuori controllo», spiega Lodesani. «Da quando si è diffusa, nell’agosto del 2018, non si è riusciti a tenerla sotto controllo. Io stessa ero presente sul campo l’anno scorso, dove Msf si occupa della presa in carico dei pazienti ed è presente da oltre 20 anni, con diversi interventi di salute. Gli strumenti che abbiamo sono migliorati ma è necessario lavorare sulla fiducia della popolazione».

Finora più di 161 mila persone (dati OMS) hanno ricevuto un vaccino contro ebola in Congo, tuttavia quest’epidemia è la seconda più vasta dopo quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, quando non erano disponibili vaccini e morirono più di 11 mila persone. «Ancora oggi molte persone muoiono nei villaggi, perché non si presentano nei centri di cura», conclude la presidente di Msf Italia. «Trovandoci in un contesto di guerra, tutto il sistema sanitario è debole. Per questo è importante rinforzarlo nella sua totalità».

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