Parola di Dago: Antropologia mediterranea
Non sappiamo se il 2019 passerà alla storia, ma siamo sicuri che alcuni personaggi di spicco passeranno alla barzelletta. È il caso di Valeria Marini, la «divina mortadella», secondo la definizione di Bigas Luna. Noi non saremmo così severi. Arrivata al capolinea del silicone televisivo, allo stadio terminale del lifting pubblicitario, alla sbornia di collagene scandalistico, la cinquantaduenne soubrette, per il lancio del suo ultimo disco Me Gusta, si è immersa nella fontana della Barcaccia, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti.
Per evitare spiacevoli confronti, ha scelto il capolavoro barocco di Pietro Bernini e non Fontana di Trevi come Anita Ekberg. Giustamente, si è adeguata: la Dolce Vita di ieri ha lasciato il posto alla Truce Vita di oggi. Una brutta figura per la Bambolona? Nemmeno per sogno. Propaganda. Propaganda gratis. La barbarica iniziativa le è costata una multa (550 euro) e un Daspo urbano (per 48 ore non ha potuto permettersi di fare il bidet in piazza di Spagna), ma il battage pubblicitario era garantito: le immagini del tuffo proibito dopo poco sono diventate virali sui social.
È dagli anni Novanta, debutto al Bagaglino, che ogni giorno l’italiano apre il giornale e spera nell’acuto di gluteo della Marini. È un modo inedito per trastullarsi. Una che si scolla davanti e dietro è un’attrice? Una che si sgola quando tace è una cantante? Una che usa le tette al posto delle gambe è una ballerina? Ancora. È un mito ingenuo o una mitomane furba quando dichiara: «Hanno scritto che ero l’amante di Berlusconi. Ma Berlusconi chi, chiedo io, il padre o il figlio?».
Croce e malizia, la «marinite». Ci dà un mucchio di carne liscia e smaltata come una vasca da bagno, contemporaneamente non demorde un «opinionismo» che la getterebbe sbrigativamente nell’olio bollente come un sofficino Findus («Mozzarella di bufala, grassa vacca esotica da carne», Aldo Busi. «Io trovo più erotico e anche più femminile Benigni della Marini», Michele Serra). Ma cosa contiene quel triangolo delle misure, 98-62-98, che trasforma lo slip nel pianeta di Papalla?
L’«effetto Valeria» sarà un’esagerazione, ma siccome sono trent’anni che capita di vedere i numerosissimi fans della Marini in preda a un estraniamento simile al coma, con gonfiori alle guance e propositi malandrini, si è quasi riconoscenti a chi qualche emozione riesce ancora a darla. Nella repubblica della politica sovranista, la vita, la moda, lo spettacolo, la delusione o la speranza rivitalizzano l’esuberanza delle parti molli. Contro l’abbattimento della carne, ecco la «ciccio-diva» opulenta e paffuta, avanti la star giunonica ma demuscolata che aspira al ruolo consolatorio di Madre-mediterranea, in scena la Milf della femminilità pre-Dietor, così fuori moda da essere ormai all’avanguardia. È chiaro che l’eccesso (di carne) ha successo: meglio trovarsi davanti una burrosa Jessica Rabbit che una minacciosa «Jessica Bobbitt».
Al «neutro-femminile», tutt’occhi e costolette in trasparenza, a certe Cosette abbandonate, Piccole Fiammiferaie consunte, che nascondono le forme come se si trattassero di fanatiche islamiche, il rifugio resta la nostalgia per i bei tempi dell’avanspettacolo: la signorina grandi forme, la bonazza inguainata in stringivita e giarrettiere che raccoglieva gli applausi dalla parte più attiva dei pantaloni.
Il Belpaese ha sempre, nel fondo, un’antropologia mediterranea: l’idea della donna accogliente e materna e abbondante, da una parte. E dall’altra, questi personaggi hanno sviluppato una strategia «serba» di attacco contro l’altro sesso mediante un atteggiamento di protagonismo sopraffattivo, riducendo l’uomo in una posizione di voyeurismo passivo. Ma sì, è così: ha vinto Valeria: «Non sono un’oca. Sono una vamp incompresa».