Mihajlovic choc: «Ho la leucemia. Ma vincerò io»
Un uomo nato per combattere si trova ora di fronte alla battaglia più importante della sua vita. «Ho la leucemia». È Sinisa Mihajlovic, ex campione di Roma, Lazio e Inter, oggi allenatore del Bologna, ad annunciarlo. Così, senza girarci attorno, dritto al cuore del problema. Come sempre, come ha fatto anche stavolta. Senza nascondere l’angoscia, senza aver paura di mostrare la propria fragilità. «Ho pianto tutta la notte», dice, commuovendosi davanti ai giornalisti, nella conferenza stampa che lui stesso ha voluto.
«È stata una bella botta, sono rimasto due giorni chiuso in camera a pensare a tutto, a riflettere, a piangere, mi è passata tutta la vita davanti. Non sono lacrime di paura, le mie. Io rispetto la malattia, ma so che la vincerò. La guarderò dritta negli occhi, la affronterò a petto in fuori: non vedo l’ora di andare martedì all’ospedale, prima comincio e prima finisco».
Sinisa aveva nascosto la malattia anche alla moglie Arianna, con cui è sposato dal 1995 e da cui ha avuto cinque figli. «La cosa più difficile è stato far credere a mia moglie che avevo la febbre il giorno della partenza per il ritiro del Bologna a Castelrotto, il giorno in cui in realtà dovevo fare ulteriori accertamenti». Gli esami hanno segnalato ciò che Sinisa temeva. «La leucemia è in fase acuta, ma attaccabile. Ci vuole tempo, ma si guarisce. Ho spiegato tutto ai giocatori in call conference, prima, e ho pianto anche con loro. La malattia si deve affrontare come voglio che loro affrontino le partite, ho detto loro: attaccare, pressare, aggredire, andare a fare gol, non stare ad aspettare».
Il tecnico del Bologna si sottopone ad esami specifici con regolarità. «Mio padre è morto di cancro e faccio sempre le prove tumorali, se non le avessi fatte, con gli esami di sangue normali non avrei scoperto niente». Severo, con se stesso e con gli altri, schietto, leale, duro quando serve, generoso, Mihajlovic negli anni da calciatore prima e allenatore dopo si è costruito fama di «guerriero», forte di una biografia personale che racconta di guerre (è nato a Vukovar, nella ex Jugoslavia, figlio di padre serbo e madre croata), dolori, radici mai spezzate, rapporti discutibili (era amico della «Tigre» Arkan, il criminale serbo condannato per genocidio).
«Sono nato in un paese dove non si è duri per scelta, ma per sopravvivere». Molto amato da compagni e colleghi, che in queste ore gli stanno dimostrando il loro affetto. «Sei troppo forte: questo ti fa un baffo e poi dobbiamo giocare a padel» è il messaggio del ct azzurro Roberto Mancini, che di Mihajlovic è amico di lunga data (hanno giocato insieme negli anni ’90 nella Sampdoria e poi nella Lazio), un post su Instagram corredato da un collage di foto insieme.
Il Bologna – nelle parole dei suoi dirigenti – ha già espresso la propria volontà. «Sinisa resta il nostro allenatore». Il responsabile sanitario del club, il dottor Gianni Nanni, ha spiegato: «Sinisa potrà interagire con la squadra, a parte certi momenti in cui sarà lontano. Le terapie di oggi sono efficaci: è una malattia che si può vincere anche in tempi brevi».
Con la voce incrinata, gli occhi lucidi, ma la solita fiera fermezza nello sguardo, Mihajlovic ha rassicurato tutti così: «Nessuno deve pensare di essere indistruttibile e invincibile, perchè poi quando succede è una botta tremenda. L’unica speranza è anticipare, per scoprire prima il problema. Nella mia vita nessuno mi ha regalato nulla, ma sono sicuro di uscire un uomo migliore da questa situazione». Ed è già questa una grande lezione che Mihajlovic consegna alla sua nuova sfida.