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L’estate infinita di Ayrton Senna

L'estate infinita di Ayrton Senna
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L'estate infinita di Ayrton Senna

Questo è un estratto del servizio di copertina del numero 24 di Vanity Fair in edicola dal 12 giugno

Come nessun altro. Come ciascuno di noi. C’è qualcosa di straordinario, curioso, rarissimo che mantiene Ayrton Senna nell’aria, nei pensieri, nella tenerezza che cerchiamo giorno dopo giorno, senza nemmeno dirlo, senza farci caso. È un’espressione sofferta del viso, è una frase che contiene uno straniamento, è il ricordo di quello schianto, di una fine tanto inattesa quanto nitida, teletrasmessa. Uno schiaffo. Perché fu silenzio e fine contro frastuono e intensità da motorismo, velocità e rumore prima del sangue, ciò che ha composto il mito contraddittorio e novecentesco delle corse. Perché Senna era il capo, un gran figo, protetto dall’ammirazione, dalla propria furia, da un talento invulnerabile. Perché come era è rimasto, anni trentaquattro, 1° maggio 1994, Imola, il posto. Come diceva Lucio Dalla: un luogo, un momento, una immagine che nessuno può scordare, che ci fa ripensare per sempre a dove eravamo, come eravamo, cosa pensammo pensando a lui. Una nuvola nera all’alba di quell’estate, alla quale ne seguirono altre, una sequenza che rischiò di fermare macchine, piloti, ogni libidine velocistica.

L’epilogo è il tocco che trasforma una storia serrata in una avventura più intensa, indimenticabile. In questo caso, le ultime righe sparano sul grande schermo della memoria il tragico dello sport, dunque dell’esistenza. La morte come un capriccio del destino e, nel contempo, come ingrediente prescelto elimina dolorosamente ogni fotogramma superfluo, consegna una compiutezza da conservare. Dentro la quale stanno per sempre i capitoli di una vita comune per niente. Abbastanza per trattenerla, riguardarla, farla propria.

Senna da Silva. Ayrton. Il cognome della madre con una radice italiana, il Brasile come contesto noto a noi per luoghi comuni, noto a lui, sin da ragazzino, come un serbatoio non del tutto comprensibile, non proprio accettabile.

La biografia di Senna è una strada percorsa all’infinito. Scandita da tappe nitide. San Paolo, una metropoli caotica e crudele, vista da un punto alto, privilegiato. Data di nascita: 21 marzo 1960. Era già in salvo il padre, Milton: si era dato da fare, aveva intuito, interpretato, capitalizzato. Aveva offerto ai propri figli, tre, Viviane, Ayrton, Leonardo, un agio rassicurante compreso in un panorama desolante. La prima tappa sta qui: nella visione dell’altro da un promontorio solo all’apparenza protetto. Questo accadde nell’infanzia di Ayrton e fu un’orecchia del quaderno piegata presto, di quelle che così rimangono, hai voglia a metterci sopra dei pesi. Miseria, povertà a un chilometro, due metri, niente. Così, mentre quel ragazzino moro e riservato rivelava a se stesso e a papà la straordinaria forza della propria natura guidando come nessuno un kart giocattolo, accadde dell’altro: Ayrton decollava sul suo tappeto volante in una grazia simile a un sottile senso di colpa. Questo al capitolo uno, questo sino all’ultimo.

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