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Quei presagi di un altro autunno nero

Giuliano Amato e Matteo Renzi non hanno molto in comune: l'uno insigne giurista e sodale di Craxi, l'altro venuto dalla gavetta e amico di se stesso, Dottor Sottile per definizione il primo, Rottamatore per antonomasia il secondo. Eppure l'ultima parte dell'anno che ci aspetta ha diversi punti di contatto con l'autunno nero del 1992, ai tempi di Giuliano premier: gli scenari erano diversi perché si veleggiava nell'era della liretta e delle svalutazioni competitive della moneta, ma già allora bisognava fare i conti con un'Europa inflessibile.A quei tempi il Vecchio continente era sotto la spada di Damocle del referendum in Danimarca, con il rischio che un «No» alla ratifica del Trattato di Maastricht potesse diventare un boomerang per tutti gli altri soci dell'Unione. Ora stiamo, invece, subendo i contraccolpi della Brexit che, con il voto di giugno, ha messo fuori dal club europeo la perfida Albione: adesso c'è del marcio in Inghilterra. È anche vero che nel 1992, tanto per cambiare, il bastimento tricolore navigava a vista sul fronte del debito pubblico cresciuto al 105,2% del Pil e con il fabbisogno che continuava a salire a ritmo esponenziale. Nel 2016 il rapporto è sceso al 90,7%, ma restiamo ugualmente il fanalino di coda della Ue dopo la famigerata Grecia. E, last but not least, 24 anni fa eravamo poco considerati a Bruxelles così come nel 2016, con l'aggravante che siamo, adesso, ingabbiati nella camicia di forza dell'euro e che non abbiamo, quindi, alcuna libertà di manovra. Proprio il professor Amato ricorse a una maxi-svalutazione della lira che venne bistrattata da tutti, ma che, in realtà, con il senno di poi, servì a ridare un po' di ossigeno e competitività al made in Italy.All'opposto di oggi, quando Amato era presidente del Consiglio, l'inflazione correva a due cifre: era allarme rosso, ma Palazzo Chigi ebbe il coraggio, per cercare di salvare il salvabile, di imporre una «patrimoniale» del 6 per mille sui depositi bancari e postali. Il professorino spiegò in tv come quello fosse l'amaro calice che dovevamo, purtroppo, bere per impedire che l'Azienda Italia finisse in bancarotta. A sentir Renzi, invece, oggi fila tutto liscio come l'olio, ma i numeri parlano chiaro: se l'inflazione a due cifre sembrava il peggiore dei mali, anche l'attuale deflazione è un macigno sul nostro futuro. Con le imprese che non assumono e licenziano, le banche sempre più in crisi e con i tassi d'interesse a quota sotto zero, rischiamo, addirittura, di rimpiangere la stagione dei prezzi galoppanti. Se Amato impose il prelievo sui depositi, noi finiremo per averne uno in forma indiretta perché gli istituti di credito dovranno, prima o poi, farsi pagare dai correntisti per la custodia della liquidità rimasta. Ecco, se vogliamo, la situazione rischia, per certi versi, di diventare persino più seria di quella registrata un quarto di secolo fa: allora le banche, tranne qualche eccezione, erano in buona salute e il governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, dette una bella mano ad Amato, mentre l'attuale numero uno di Palazzo Koch, Ignazio Visco, sembra ospite fisso della rubrica televisiva «Chi l'ha visto?».Se il Dottor Sottile ebbe il coraggio di imporre, oltre alla patrimoniale, anche una manovra correttiva di 93mila miliardi di vecchie lire, Renzi, invece, usa la sottigliezza di restare nel vago a proposito della manovra finanziaria in cantiere per l'autunno. Con il referendum costituzionale di novembre e con il «Sì» sempre più incerto nonostante gli spot di mamma Rai, meglio tergiversare. Da tempo gli economisti sostengono la necessità di consistenti sgravi fiscali per rilanciare l'industria ed il commercio, ma il premier deve fare anche i conti con Bruxelles che sta già chiudendo un occhio con il debito che ci ritroviamo.Ho un brutto presentimento: non è che al posto della sospirata ripresa tante volte annunciata da Renzi, ci becchiamo un autunno nero-bis?

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