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Se il summit sulla pace dimentica la guerra

Negli anni, si sono viste una mezza dozzina di conferenze di pace. Eccone un'altra a Parigi, un «summit» apertosi ieri sera con una cena dei rappresentanti di 29 stati e oggi concentrata su questioni territoriali, politiche, economiche, militari... Chi più ne ha più ne metta. Nessuna delle conferenze, compresa quella di Annapolis indetta da Ehud Olmert e Abu Mazen, in cui Israele avrebbe dato anche la camicia pur di arrivare a un accordo, ha portato a risultati significativi, semmai dopo si è assistito a scoppi di terrorismo e a guerre con Hamas. Adesso, l'iniziativa francese porta a Parigi nuove previsione di freddo e maltempo e contiene sin dal suo primo inizio una bizzarria: i due protagonisti non sono invitati. Ovvero, Israele e i Palestinesi restano a casa mentre tutti gli altri non solo parlano della annosissima questione, ma hanno già dato un avvertimento: anche se non vi piace, dopo comunque si fa come abbiamo deciso noi. Figuriamoci. Altra bizzarria: mentre Israele è decisamente contrario, Abu Mazen è contentissimo di questa scelta: se vi concentrate un attimo capirete subito perché. Basta guardarsi indietro nel tempo e ricordare che è ormai dal 2009 che Netanyahu ha invitato Abu Mazen a sedersi di nuovo al tavolo delle trattative, e ha ripetuto la proposta decine di volte, ma sta ancora aspettando. I palestinesi hanno svariate buone ragioni per non volere trattative dirette: dovrebbero accettare i propri interlocutori come rappresentati di quello che si ostinano a non riconoscere come Stato Ebraico; e in secondo luogo, perché sudare tanto nelle trattative quando hai un muro di difesa consistente come il consesso internazionale, che non penalizza la violenza terrorista, non riconosce come tale l'incitamento e l'antisemitismo, ritiene sostanzialmente un mito il problema di sicurezza che Israele pone essendo l'unica democrazia occidentale nel mezzo della foresta islamista? Via via che ci si avvicinava al summit, anche i promotori si sono accorti che il fasto dell'Eliseo non basta, tanto che il volume è stato abbassato: il documento programmatico che doveva presentarlo è diventato un documento conclusivo da definirsi; i dibattiti si svolgeranno praticamente in mezza giornata; il segretario di stato americano Kerry (dopotutto gli Usa sono sempre il deus ex machina) è presente, ma si limita, come ha detto finora, ad «ascoltare ogni buona idea». Intanti Netanyahu ha dichiarato che «la via per la pace non passa da conferenze internazionali che cercano di imporre accordi e rendono le richieste palestinesi più estreme allontanando quindi la pace» che va ottenuta attraverso negoziati diretti e senza precondizioni. «Questo è il modo in cui abbiamo raggiunto la pace con l'Egitto e la Giordania e così si deve fare coi Palestinesi - ha detto -. Se la Conferenza vuol fare qualcosa deve chiedere a Abu Mazen di affrontare negoziati diretti». Accanto a questo, l'idea che corre, da quando il 17 di maggio al Sisi si è offerto come mediatore riproponendo la proposta saudita che mette un accordo coi palestinesi sulla stessa pagina di un nuovo rapporto coi maggiori paesi arabi. Cioè: un cappello di apertura dei paesi sunniti moderati, dato che gli interessi strategici sono simili (stop all'Isis, ma anche agli hezbollah, all'Iran) porterebbe a vere trattative coi palestinesi. Ovvero: la Francia è stata bravissima, sì; ma a mostrare che la strada verso la pace è tutt'altra rispetto a quella da lei proposta.

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