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Biennale di Venezia tra arte e geopolitica: Russia e Israele tagliati fuori dalle premiazioni

Nei giorni passati il caso aveva infiammato la stampa e spaccato l’opinione pubblica. Ieri, 23 aprile, è arrivata l’ufficialità da parte della giuria, tutta al femminile presieduta da Solange Farkas. Le giurate riconoscono, come riporta Adnkronos, “una responsabilità verso il ruolo storico della Biennale come piattaforma che connette arte alle urgenze del suo tempo”. Si tratta di una decisione che fa testo alle pesanti accuse mosse contro i due paesi: “Di conseguenza, questa giuria si asterrà dal prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente imputati di crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale”. Una presa di posizione che riguarda direttamente due protagonisti centrali dello scenario geopolitico internazionale, Israele e Russia, entrambi oggetto di procedimenti della Corte Penale Internazionale. Nel 2023, infatti, è stato emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin in relazione al conflitto in Ucraina. Nel 2024 un provvedimento analogo ha interessato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per la guerra nella Striscia di Gaza.

Nel documento, firmato dalla presidente Solange Farkas insieme a Chair Zoe, Butt Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, la giuria internazionale di “In minor Keys” dichiara di voler portare avanti il progetto della direttrice artistica Yoko Kouoh, selezionando gli artisti destinatari del Leone D’Oro e del Leone D’Argento tra 110 presenti in mostra. Al centro dell’edizione vi è l’idea di rifiutare “lo spettacolo dell’orrore” e di privilegiare le “tonalità minori”, ascoltando voci più silenziose e preservando la dignità di tutti gli esseri viventi.

Questa scelta si colloca in un momento già teso: i padiglioni di Russia e Israele sono da anni al centro di proteste e richieste di boicottaggio. La guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente hanno reso la Biennale uno spazio di forte scontro simbolico. Un altro nodo centrale riguarda l’assenza di un padiglione palestinese ufficiale. La questione è legata anche al riconoscimento internazionale della Palestina, che non è considerata Stato dall’Italia e non può quindi accedere allo status di padiglione nazionale ufficiale. Di fronte alle crescenti pressioni la direzione della Biennale, guidata da Pietrangelo Buttafuoco, ha confermato la propria linea storica basata sull’inclusione di tutte le rappresentanze statali riconosciute. L’istituzione ha più volte ribadito il rifiuto di ogni forma di esclusione o censura nei confronti dell’arte e della cultura.

Il ritorno del padiglione russo ai Giardini ha riacceso le polemiche. Dopo la chiusura volontaria del 2022 e l’affidamento temporaneo alla Bolivia nel 2024, nel 2026 la Russia è tornata con una partecipazione diretta. Il padiglione, The tree is Rooted in the sky, presenta la cultura come una dimensione autonoma e separata dalla politica.

Più complessa è la situazione di Israele e del suo padiglione. Situato nell’Arsenale e non nei Giardini ufficialmente per lavori di ristrutturazione, secondo alcuni sarebbe stato ubicato lì per ridurre possibili proteste, soprattutto dopo alla chiusura del 2024 decisa dall’artista Ruth Partit come gesto di protesta. Le tensioni coinvolgono anche la politica internazionale: Finlandia e Lettonia hanno ipotizzato il boicottaggio dell’inaugurazione in caso di presenza russa, mentre l’Unione Europea valuta la sospensione di finanziamenti destinati al cinema. Anche il Ministero della Cultura italiano ha chiesto chiarimenti sulla partecipazione del Cremlino, senza però rilevare finora violazioni delle sanzioni contro la Federazione Russa.

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