L’EDITORIALE – L’estetica del ricordo e l’aridità del tabellino
di Vincenzo Letizia
C’è un paradosso che abita le gradinate, un’eresia che i sacerdoti del risultato a ogni costo non oseranno mai confessare: la bacheca è un metallo freddo, mentre la memoria è un fuoco che arde. Ci hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, trasformando lo sport in un’asettica ragioneria. Eppure, se interrogate il cuore dei tifosi, scoprirete che il catenaccio di un trofeo spesso pesa meno della piuma di un gesto tecnico rimasto sospeso nel tempo.
Prendete Caserta. La storia dice che il tricolore arrivò nel 1991, con la solidità di Tellis Frank e la ferocia sotto canestro di Charles Shackleford, “lo Squalo”. Un’impresa titanica, certo. Ma provate a chiudere gli occhi: vedrete le parabole arcuate di Oscar Schmidt, l’alieno di Natal che bruciava la retina da distanze siderali, o il cuore di Glouchkov. Oscar se n’era andato da un anno quando arrivò lo scudetto, eppure la sua “saudade” è il profumo che ancora oggi impregna il Palamaggiò. Si vince con la tattica, ma si vive di epica.
Nel calcio, la musica non cambia. Se chiedete a un passante distratto qual è stato il miglior Napoli, vi citerà l’albo d’oro. Ma se interrogate chi ha consumato i gradoni del San Paolo (oggi Maradona), vi parleranno del calcio totale di Luis Vinicio o della “grande bellezza” di Maurizio Sarri. Quel Napoli sarriano, che sfiorò il titolo con un punteggio record, resta un’opera d’arte incompiuta ma immortale. Perché la gente non ricorda solo i titoli; ricorda le annate in cui andare allo stadio era un appuntamento col destino, non un obbligo contabile.
Oggi, invece, assistiamo allo spettacolo della sopravvivenza. Giocatori che stramazzano al suolo al minimo alito di vento, simulando agonie degne di un set cinematografico solo per rosicchiare secondi al cronometro. È la cultura del sospetto applicata all’atletismo. E che dire della gestione degli spazi? Nell’82, i contropiedi di Rossi e Graziani ci regalarono un Mondiale correre in avanti era un imperativo morale. Oggi, davanti a un prato verde aperto, si preferisce il retropassaggio prudente, il possesso orizzontale che addormenta i sensi e svuota le tribune.
Amici cari che scendete in campo, ricordatevi che il tifoso non è un cliente da soddisfare con un tre a zero speculativo, ma un innamorato che rischia di annoiarsi. Se lo sport perde la sua natura di “gioco godibile”, se il cinismo vince sulla bellezza, il rischio è il distacco. E un trofeo alzato nel deserto dell’indifferenza, credetemi, non brilla affatto.
È meglio un album di foto sbiadite ma piene di vita o una coppa lucida in una stanza buia? La risposta, forse, sta tutta in una tripla di Oscar che non toccava nemmeno il ferro.
L'articolo L’EDITORIALE – L’estetica del ricordo e l’aridità del tabellino proviene da PianetAzzurro.it, news sul Calcio Napoli e sul mondo delle scommesse.