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Francia, condannati i dirigenti dell’azienda Lafarge: versarono 5,6 milioni di euro all’Isis in Siria e “finanziarono il terrorismo”

Il colosso del cemento Lafarge preferì patteggiare con lo Stato Islamico piuttosto che rinunciare ai profitti della sua fabbrica di Jalabiya, in Siria: circa 5,6 milioni di euro di mazzette furono dunque versati ai terroristi dalla filiale siriana, Lafarge Cement Syria (LCS), tra il 2012 e il 2014, pur di tenere l’azienda in attività e continuare a fare affari, mentre Total era stato costretto a chiudere, in piena guerra civile, alla fine del 2011. Soldi che poi i terroristi hanno utilizzato per preparare gli attentati di Parigi del 2015, tra cui la strage del Bataclan che costò la vita a 130 persone il 13 novembre.

A quasi dieci anni dall’apertura dell’inchiesta, nell’ottobre 2016, ieri il tribunale di Parigi ha riconosciuto l’ex cementificio francese, di proprietà della multinazionale svizzera Holcim dal 2015, e otto suoi ex dirigenti colpevoli di “finanziamento del terrorismo”. L’ex amministratore delegato (dal 2007 al 2015) Bruno Lafont, 69 anni, è stato condannato a sei anni di prigione con esecuzione immediata. Subito dopo la lettura della sentenza, è stato prelevato dagli agenti e condotto in carcere. Condannato, a cinque anni di prigione, con effetto immediato, anche Christian Herrault, l’ex vice direttore generale per il Medio Oriente al tempo dei fatti. L’azienda dovrà versare 1,125 milioni di euro, la pena massima prevista per questo tipo di reato.

La presidente del tribunale, Isabelle Prévost-Desprez, ha riconosciuto l’esistenza di una “vera e propria partnership commerciale con l’Isis”: “Il finanziamento delle organizzazioni terroristiche, e principalmente dell’Isis – ha detto -, ha contribuito al controllo delle risorse naturali della Siria, consentendo all’organizzazione terroristica di finanziare atti terroristici sul posto e all’estero, soprattutto in Europa”. Ha detto ancora: “I pagamenti a entità terroristiche hanno permesso a LCS di mantenere operative le attività dell’impianto, in particolare i costi di gestione, con la prospettiva a lungo termine di partecipare alla ricostruzione della Siria detenendo una posizione di quasi monopolio”.

Il tribunale ha negato ogni forma di ricatto o di estorsione: “È falso affermare che Lafarge SA e i suoi dirigenti abbiano ceduto alle organizzazioni terroristiche. Si sono incontrati con loro, hanno negoziato, hanno suggerito soluzioni per continuare le attività del cementificio, anche quando è stato circondato dai terroristi dell’Isis nel maggio 2014”. “È una decisione storica nella lotta contro l’impunità delle multinazionali”, ha osservato l’associazione per la difesa dei diritti umani Sherpa, che aveva sporto denuncia all’epoca. Come fa notare la stampa francese, la decisione è, di fatto, un precedente per tutte le aziende che operano nelle zone di conflitto.

Il terribile patto col diavolo di Lafarge era emerso nel giugno 2017, quando Le Monde aveva rivelato l’inchiesta in corso sui probabili accordi tra il cementificio francese e i jihadisti, gli stessi che avevano rivendicato la strage del Bataclan. Era anche emerso che i soldi di Lafarge erano finiti nelle casse anche di altri due gruppi terroristici, il Fronte Al-Nusra e Ahrar Al-Cham. Gli inquirenti hanno analizzato verbali di riunioni, estratti di conti bancari e gli scambi di mail tra i dirigenti della filiale siriana e l’intermediario dell’Isis, Firas Tlass. Emerse che Lafarge, oltre a versare “pagamenti di sicurezza”, acquistava all’Isis diverse materie prime utili alla produzione del cemento, tra cui il petrolio, violando così gli embarghi dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite contro la Siria. In cambio i camionisti dello stabilimento erano protetti da una sorta di salvacondotto da mostrare ai check-point.

Lo scopo dell’azienda era di continuare a fare affari mantenendo il più a lungo possibile, e a ogni costo, la produzione della fabbrica, 150 km a nord est di Aleppo, che aveva messo in attività nel 2010 dopo un investimento di oltre 650 milioni di dollari. Era stato Christian Herrault “a decidere di mettere in atto un finanziamento attivo” ed era lui stesso a “presiedere i negoziati” con i jihadisti. “Ci si può lavare le mani e andarsene, ma cosa sarebbe successo ai lavoratori della fabbrica se fossimo andati via? – si era difeso Herrault durante il processo, che si è svolto tra novembre e dicembre 2025 -. Avevamo la scelta tra due cattive soluzioni, la peggiore e la meno peggio”.

Il cementificio di Jalabiya venne comunque evacuato frettolosamente il 18 settembre 2014 e cadde nelle mani dei jihadisti. Lafarge ha “preso atto” della decisione del tribunale che “costituisce una tappa importante nelle iniziative messe in atto da Lafarge SA per trattare in modo responsabile questo caso del passato”, ha scritto ieri l’azienda in un comunicato all’agenzia France Presse. Lafarge si è già confrontata alla giustizia degli Stati Uniti nel 2022 perché alcuni trasferimenti di denaro ai gruppi terroristici erano passati per Usa. All’epoca l’azienda si era dichiarata colpevole e, per chiudere il caso, accettò di pagare una multa di 778 milioni di dollari.

L'articolo Francia, condannati i dirigenti dell’azienda Lafarge: versarono 5,6 milioni di euro all’Isis in Siria e “finanziarono il terrorismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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