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Giornata in memoria dei giornalisti uccisi: il primo articolo di Almerigo Grilz sul Secolo d’Italia

In occasione della Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione, pubblichiamo il primo articolo scritto sul “Secolo d’Italia” da Almerigo Grilz, ucciso in Mozambico il 19 maggio 1987.
Pubblichiamo il primo articolo (dal Secolo d’Italia del 6 ottobre 1983) di un reportage a puntate realizzato dal giornalista triestino in Afghanistan, nel pieno dell’invasione delle truppe di Mosca.  Un omaggio non solo a lui, ma a tutti i giornalisti che hanno pagato con la loro vita l’impegno alla ricerca della verità, nel solco della libertà di stampa.

Negli occhi dei profughi di Nasirbach gli orrori del genocidio comunista

PESHAWAR – Nasirbach è una distesa immensa di tende e di piccole casupole che alla prima pioggia rischiano di franare miseramente.

In questo, che è uno dei più noti tra i campi profughi nella North West Frontier Province del Pakistan, vivono 25.000 rifugiati.

Nasirbach, 17 km a nord di Peshawar, non è neppure il più grande. Quello di Parakai, un centinaio di chilometri più a nord, raccoglie 140.000 persone. È comunque un campo modello. Infatti, pur nell’estrema povertà, è uno tra i meglio organizzati.

Ci sono appositi settori riservati alle vedove e agli orfani, c’è una scuola primaria con un bel cortile ombreggiato, e soprattutto un servizio medico sempre disponibile.

La maggior parte dei profughi afghani sistemati nel resto della provincia non sono altrettanto fortunati. Il personale pakistano e afgano che sovrintende all’organizzazione dei campi fa del suo meglio per mandare avanti la vita del campo nel miglior modo possibile.

Ogni famiglia riceve regolarmente cibo, non abbondantissimo, ma comunque sufficiente (principalmente cereali). Altre volte arrivano aiuti internazionali. Latte, zucchero, olio e tè vengono distribuiti in quantità necessarie per cucinare ciò che basta alle famiglie.

I profughi provengono da tutte le regioni dell’Afghanistan, ma la percentuale più alta è quella della Jalalabad.

La gigantesca migrazione forzata (sono quasi 3 milioni gli afghani che hanno dovuto cercare rifugio in Pakistan) ha sconvolto abitudini e costumi sociali. Il fenomeno, già di per sé enorme, assume dimensioni ancora più drammatiche nel momento in cui si osserva da vicino.

I racconti che si possono sentire fra le tende e i percorsi tra le file di fango parlano di morte, mutilazioni, distruzione. Interi villaggi rasi al suolo, famiglie separate, massacri.

«Quella dei sovietici è una strategia precisa per terrorizzare le popolazioni civili, colpire le loro vite in modo da costringerle all’esodo», afferma il professore Sayd B. Majrooh, dell’Afghan information center di Peshawar. Si tratta di togliere al classico pesce della guerriglia la possibilità di continuare a nuotare nel mare del sostegno popolare.

È un progetto che non ha raggiunto i risultati sperati, nonostante abbia costretto all’esodo decine di migliaia di persone. «È l’aspetto più tragico della nostra resistenza – continua il prof. Majrooh – negli ultimi tempi i mujaheddin tendono a sostenere i civili, per fare in modo che possano resistere. Aiutano nei lavori agricoli. Cercano di procurare medicinali. Difendono le aree liberate dalle incursioni dei russi e dei comunisti afghani».

Raid dei Mig

Ma contro i raid dei Mig degli elicotteri dell’Armata rossa c’è poco possibilità di difesa. I combattenti non hanno armi antiaeree, e a colpi di mitragliatrice o di kalashnikov non si può abbattere un aereo.

I racconti dei mujaheddin feriti confermano la micidialità e l’efficacia dell’uso dell’aviazione. Quasi tutti coloro con cui si parla portano segni evidenti delle schegge, ustioni e mutilazioni.

Ricorda Abdul Wahid, 30 anni, magro barba nera, il braccio destro mozzato sopra il gomito: «Avevamo teso un’imboscata ad una colonna comunista a circa 200 km da Kabul nel Takmar. Avevamo sistemato delle mine che abbiamo fatto saltare quando i primi carri sono passati. Dopo due ore di battaglia però sono arrivati gli elicotteri, che ci hanno bombardato con i razzi. Abbiamo avuto 25 morti e 15 feriti gravi.

di un villaggio della provincia di Nangarhar. Era un contadino. Ora è un invalido. Ha perso una gamba sotto le bombe sganciate da un aereo russo sul suo villaggio.

La stessa irriducibile condizione si riscontra in tutti. «Appena sarà in grado di camminare senza stampelle – racconta Said Walì che ha il piede avvolto in una vistosa fasciatura – tornerà nel suo villaggio e nella sua casa per combattere ancora».

Ferito in battaglia

Prima di arrivare a Nasirbach, Said Walì ha dovuto trascorrere mesi in ospedale.

Era rimasto ferito in battaglia mentre con il suo gruppo era diretto a Loghar, dove i mujaheddin erano alle prese con forze nemiche in numero preponderante. «Ad un certo momento siamo caduti in un’imboscata e siamo stati battuti da elicotteri sovietici. La battaglia è durata per un giorno e mezzo. Poi sono arrivati gli elicotteri. Non eravamo in grado di continuare la resistenza e abbiamo dovuto ritirarci. Mentre scappavo ho messo il piede su una mina. Sono stato raccolto dagli altri mujaheddin che mi hanno portato in un caravan».

Poi con una marcia di tre giorni mi hanno fatto arrivare sino al confine. Da lì sono stato trasferito a Peshawar.

Said Walì è stato fortunato.

«Alla maggior parte dei feriti, infatti, è impossibile salvarsi», raccontano i medici. «Il sistema medico è carente e i bombardamenti continui rendono impossibile ogni organizzazione». La progressiva dislocazione delle forze sovietiche non ha cambiato la situazione sul terreno.

Continui attacchi

Ormai la resistenza è in grado di colpire Kabul e le maggiori città. Il bollettino dell’Afghan Information Centre riporta una consistente serie di attacchi e di esecuzioni di membri del partito comunista, per non parlare delle azioni militari combattute nelle province.

«La guerra di liberazione continuerà sino a quando avremo cacciato gli invasori», dicono i mujaheddin. «Ci disgusta l’ideologia comunista e vogliamo vivere secondo le nostre tradizioni – afferma con forza il colonnello Rhamatoyìullah Safi, comandante dei miliziani afghani – il mio dovere sarà combattere sino a quando avrò respiro. Il nostro popolo non ha altra scelta che lottare».

Almerigo Grilz

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