BASKET – Il canestro non finisce mai: l’ultima parabola di Oscar Schmidt
C’è un suono che chiunque abbia frequentato un palazzetto negli anni ’80 e ’90 riconoscerebbe tra mille: il fruscio della retina che accoglie la palla senza nemmeno toccare il ferro. Per Oscar Schmidt, quel suono non era un evento, era un’abitudine. La notizia della sua scomparsa a 68 anni lascia un vuoto immenso, non solo nelle statistiche — dove i suoi quasi 50.000 punti restano una vetta himalayana — ma nel racconto romantico di uno sport che oggi fatica a produrre figure così titaniche eppure così vicine alla gente.
Oscar non era semplicemente un realizzatore; era una forza della natura prestata alla linea dei tre punti. Lo chiamavano “Mano Santa” in Brasile e “Triploman” in Italia, ma nessuna etichetta riusciva a contenere la sua fame bulimica di canestri. Per lui, tirare non era un’opzione tattica, era una missione esistenziale. Che si trovasse a otto metri dal canestro o con le mani di un difensore incollate agli occhi, la parabola era sempre la stessa: altissima, regale, inevitabile.
L’Italia ha avuto il privilegio di essere la sua seconda casa. A Caserta ha costruito un mito, trasformando una realtà di provincia in una nobile del parquet, capace di sfidare i giganti di Milano e Bologna e di vincere una storica Coppa Italia. Poi Pavia, dove ha continuato a insegnare la geometria del tiro con la stessa ferocia agonistica dei vent’anni. Oscar ha amato l’Italia e l’Italia lo ha ricambiato con una devozione che si riserva solo ai santi patroni o ai grandi poeti.
La sua grandezza, però, sta anche in ciò che ha rifiutato. In un’epoca in cui la NBA era il miraggio proibito, lui scelse di restare “umano” e fedele alla sua nazionale. Pur di vestire la maglia del Brasile e giocare le Olimpiadi, disse di no ai New Jersey Nets, rinunciando ai dollari e alla gloria americana per difendere i colori della sua terra. Una scelta d’altri tempi che oggi, nell’era del basket globale e dei super-contratti, appare come un gesto di ribellione eroica.
Con Oscar Schmidt se ne va un pezzo di storia del gioco, un uomo che ha dimostrato che il talento, se supportato da una disciplina ferrea e da una gioia quasi infantile nel giocare, può sconfiggere il tempo. Il suo lascito non è solo nei tabellini, ma in ogni bambino che, in un campetto di periferia, scaglia un pallone verso il cielo sognando quella parabola perfetta.
Grazie di tutto, Mano Santa. Il canestro, lassù, non è mai stato così vicino.
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