«Trieste e la regione set a cielo aperto, va favorita una cultura del cinema»
TRIESTE. Dietro la cinepresa dei grandi registi, il Salone degli Incanti si trasforma nella banchina portuale di Ellis Island, Borgo Teresiano nelle stradine di Vienna. «La location di un film dev’essere trasformabile. Trieste, città di frontiera, lo è storicamente». Nicola De Angelis, ceo di Fabula Pictures, ritrova nel Friuli Venezia Giulia «un set a cielo aperto, in cui tutto può essere messo in scena. E, investendo ancora di più, potrebbe calamitare sempre più produzioni internazionali». Lo stesso hotel Savoia, dove ieri si è concluso il summit dei produttori audiovisivi realizzato da Cinecittà, divenne per una sera l’Hôtel Ritz di Parigi: a poche stanze dalla sala in cui De Angelis è invitato a parlare di cinema indipendente e nuove sfide nel settore, Naomi Watts interpretò Lady D. per la regia di Oliver Hirschbiegel.
Registi italiani e internazionali hanno trasformato Trieste in New York, Parigi e Vienna. In che modo l’essere regione di confine diventa possibilità cinematografica?
«Le città di frontiera permettono di pensare internazionale, fuori dagli schemi. Essere italiani senza sembrarlo, locali ma anche globali. Trieste lo è storicamente, città multiculturale e dalle mille facce. Il mare e la montagna, l’Est e l’Ovest. L’architettura asburgica, il castello medievale, il porto. È diversissima dalle altre città di questa regione, e allo stesso tempo assimilabile a tante altre città europee. Le possibilità creative sono tante: Trieste è set cinematografico a cielo aperto, in cui tutto può essere messo in scena».
Solo i triestini riconoscono Trieste sul grande schermo. Perché il Friuli Venezia Giulia è spesso scelto come “fake locations”?
«La location di un film dev’essere facilmente trasformabile, riconoscibile ma anche cambiare a seconda del prodotto. Le “fake locations”, in questo senso, sono richiestissime dalle grandi produzioni e la regione ha saputo farne espediente. Trieste, in particolare, può essere set per un film d’azione, una commedia o un drama. È una città di porto, italiana ma anche mitteleuropea. La riconosci perché non puoi non farlo, ma allo stesso tempo può diventare Venezia, Belfast, Cardiff, Francoforte o Budapest. È possibile inscenare Parigi in piazza Unità, ma non si può ricreare Trieste a Parigi».
Peraltro, lei al momento è al lavoro su una produzione ambientata proprio a Trieste, e internazionale: italiana, croata e tedesca. Di che si tratta?
«È una co-produzione cui sto lavorando con un produttore croato, dovrebbe uscire molto presto. Uno spoiler: si tratta di una serie “eco-drama”, ossia un drama che affronta il tema ecologico. Il genere è “spy”, di spionaggio, in un contesto contemporaneo che si divide tra tre Paesi. C’è un’influenza italiana molto forte che parte da queste terre, per spostarsi in Croazia e poi viaggiare fino alla Germania. La location non poteva che essere Trieste, al centro della storia e tra le diverse nazioni. L’essere una città misteriosa, poi, la rende set ideale per una storia di spionaggio».
In che modo calamitare sempre più major nazionali e internazionali?
«Il Friuli Venezia Giulia è stata la prima regione italiana a essersi dotata di un Film Fund. L’Italia però non è una landa desolata, e può offrire tante altre location spettacolari. Il fondo regionale può attirare film, ma per essere competitivi conta non solo l’entità del budget, ma anche come lo si investe: favorire una cultura del cinema, dare un supporto consistente a chi potrebbe girare qui. Le produzioni devono scegliere il Friuli Venezia Giulia non solo perché è bello, ma perché saprà offrire manovalanze ed esperienze, dal tecnico audiovisivo alla comparsa. Senza dover fare prima i casting a Roma, o affittare tutta l’attrezzatura in Slovenia».