Addio Pino Roveredo, i ricordi degli amici: «Sul molo Audace sognava l’Oriente guardando i monti»
TRIESTE. Pino e Paolo, i due scrittori che parlano di tutto fuorché di scrittura, mentre ciondolano le gambe seduti sul molo Audace, guardando i monti e fantasticano su viaggi e mete esotiche. Pino e Matteo, il romanziere e il regista, che respirano libertà camminando a San Giovanni. Pino e Mario, lo scrittore di strada e il prete di strada, che insieme firmano la loro opera più bella, dando voce agli ultimi, anche tra le note di un sax. Il ricordo dell’uomo, dell’autore e, soprattutto, dell’amico, è faticoso. Inciampa nei sospiri e nelle lacrime, ma rimane lucido, affettuoso, eloquente. Rivive nelle parole di Paolo Rumiz, Matteo Oleotto e don Mario Vatta, che con Pino Roveredo hanno condiviso salite e discese, sorpresa e speranza, fatiche e traguardi.
Con don Vatta, fondatore e presidente onorario della Comunità di San Martino al Campo, lo scrittore triestino scomparso nella notte tra venerdì e sabato ha condiviso tanto, tantissimo. Soprattutto la strada, intesa come luogo di marginalità e sofferenza, umanità vinta e inascoltata, solitudine e isolamento. Intesa come luogo dell’anima. Per don Vatta, Pino Roveredo è stato «un amico, un fratello. Ci siamo incontrati tanti anni fa, quando Pino venne da me per parlare della nostra gente, di quei giovani che, tra gli anni Settanta e Ottanta, non riuscivano a essere ascoltati - racconta -. Lui venne da me non per chiedere aiuto, perché era già uscito dalla sua dipendenza, ma per fare in modo che ci riconoscessimo nel nostro comune impegno per aiutare chi è ai margini. E capimmo subito che avevamo tanti punti di contatto. Uno in particolare, e cioè che lui, sulla sua pelle, e io, con la mia esperienza da prete, stavamo conoscendo le realtà del margine nella nostra città, i ragazzi di strada con problemi di tossicodipendenza, carcere o alcolismo, la stessa piaga da cui lui era uscito, facendone poi motivo di impegno, quasi una missione.
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Perché Pino - continua don Vatta - sentiva il dovere di raccontare la sua storia nelle sue opere o incontrando i giovani nelle scuole e nelle associazioni, spiegando la distruzione che l’alcol può causare, assumendosi un compito di ascolto e di restituzione di tipo educativo». Il fondatore di San Martino al Campo ricorda gli incontri e le amicizie comuni nate sulla strada, «che per me - dice - è stata la scuola, oltre che motivo per rafforzare la fede in Dio». Don Vatta, che ricorda di essere stato il primo a congratularsi con lui per il Campiello, rammenta con affetto la profonda amicizia con Roveredo, poi diventata «qualcosa di fraterno: per me era un fratello. Ci sentivamo sempre, ci confidavamo. Ed era diventato un punto di riferimento importante per tutta la Comunità: vivere uno accanto all’altro era una scuola di vita».
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Don Mario sottolinea poi il ruolo della moglie Luciana: «gli è sempre stata vicina anche quando era nell’abisso più profondo dell’alcol, non lo ho mai lasciato, lo ha salvato. Per me oggi è un grande dolore. Io trovo rifugio, se non spiegazione, nella mia fede, e quello con Pino voglio viverlo solo come un rinvio, il rinvio di un rincontro». E infine il simpatico aneddoto del sassofono, sfoderato suonando sul palco di una pièce teatrale scritta da Roveredo, “Cari estinti”, andata in scena qualche anno fa in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids: «mi hanno convinto a suonare, rispolverano i miei esordi da sassofonista jazz».
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Commosso, il regista goriziano Matteo Oleotto, per cui Roveredo da oggi in poi sarà «un uomo in abiti eleganti che cammina lungo il molo Audace. Una volta, ridendo, mi disse che, se avesse scoperto di avere pochi giorni di vita davanti, sarebbe andato suo molo a bere un bicchiere e fumare una sigaretta con un bel vestito. Ovviamente scherzava, non lo ha fatto, perché sigarette e alcol erano i suoi demoni, e li aveva vinti nella sua seconda vita, ma d’ora in poi andrò sul molo Audace e lo immaginerò lì, mentre passeggia». Oleotto, sentito dal nostro giornale alla fine dello scorso anno per un articolo sulle figure più rappresentative del 2022, aveva indicato proprio lui, l’autore di “Capriole in salita”, descrivendolo come «un faro».
«Il 31 dicembre, dopo aver letto quell’articolo, Pino mi scrisse un messaggio e mi disse “Grazie Matteo, ti abbraccio con tutti i muscoli che ho”. Fu l’ultima volta che lo sentii. Ricorderò le nostre camminate al Parco di San Giovanni, dove potevo respirare libertà, e il nostro primo incontro, in un bar in Ponterosso, quando lui aveva da poco scritto “Capriole in salita” e io iniziavo a fare questo mestiere: quel racconto mi sembrava bellissimo, così onesto e coraggioso».
Paolo Rumiz, scrittore e giornalista, ne tratteggia «l’immensa modestia e l’allegria, nonostante scrivesse e si occupasse di temi difficili, tristi. Ci sentivamo e vedevamo spesso, ma non parlavamo mai di letteratura. Ricordo solo che quel titolo, “Capriole in salita”, nacque da uno scambio di battute per strada, un giorno mentre camminavamo insieme, quello lo ricordo bene. Per il resto se ciacolava di altro. Ricordo in particolare un giorno in cui, seduti sulla pietra del Molo Audace, guardammo a lungo le montagne mettendo in lista i viaggi che avremmo voluto fare. Io rimasi con la mente in Europa, in Turchia al massimo, mentre lui aveva voglia di Oriente.
E poi parlavamo del lavoro di don Vatta e della Comunità a favore degli ultimi, una categoria alla quale lui non dimenticava di essere appartenuto e dalla quale traeva spunto narrativo: dava voce a chi non ha voce, entrando nelle pieghe degli ultimi. Poi - spiega Rumiz - ci confrontavamo su come si sentisse offeso dalla libertà di vendita di alcolici ai più giovani consentita nei locali. C’è anche chi a suo tempo lo ha denigrato in quanto alcolista, e mi auguro di non vedere tali persone al suo funerale. Ma oggi voglio ricordare i tanti che lo hanno stimato. Ne cito una, Claudio Magris: non immagino figure più diverse tra loro, eppure si volevano un sacco di bene».