Padova come non l’avete mai vista, a infrarossi: «Così si svela l’anima delle cose»
Oniriche, fantastiche e surreali. Le foto a infrarosso di Ludovico Andretta sono un’esperienza artistica che seduce lo sguardo e il cuore, il cervello mentale e quello interiore. Una tecnica ancora poco conosciuta e per pochi.
«L’infrarosso», spiega Andretta, «si è sviluppato con le macchine digitali di prima generazione, che hanno così avuto nuova vita. Offrono un punto di vista molto creativo per esprimere le emozioni del fotografo e suscitarne in chi guarda».
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Sembrano sondare l’invisibile ma lo fanno con rigore scientifico: «L’occhio umano», continua l’artista, «può vedere lunghezze d’onda da 400 nanometri (nm) a 700 nm, che vanno dal viola al rosso, mentre l’infrarosso mostra la luce oltre i 700 nm e questo ha molti effetti. Il principale è la luce riflessa dalle foglie che dà loro un aspetto bianco brillante, che può essere lavorato per dare l’idea di uno paesaggio surreale, ultraterreno, con alberi che assumono una tonalità bianca o giallo oro, le foglie diventano azzurre, mentre il cielo – che assorbe la luce – si trasforma in rosso o blu, ovvero colori drammatici, perfino apocalittici. Così i corsi d’acqua acquistano fortissimi contrasti con le nuvole che, invece, rigettano la luce e restano chiare. Infine, c’è il residuo del colore e quella è pura magia».
Gli effetti sono dati dalla rielaborazione: «Tramite l’utilizzo di alcuni filtri fisici» continua Andretta, che insegna anche questa tecnica «si può trascendere la nostra visione naturale dei colori e andare oltre quello che vediamo».
Non tutti però ci riescono.
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Andretta ha iniziato, dopo una vera e propria folgorazione, otto anni fa: «Ho provato un grande senso di libertà» rivela «perché la foto, lo sappiamo, deve cogliere la realtà e ci rende schiavi dei colori. Qui è tutto stravolto: i colori li creiamo noi con visioni particolarissime».
L’infrarosso cattura in particolare gli elementi vegetali, ancora una volta per una ragione scientifica: «La clorofilla rifrange tramite la luce infrarosso e assume la tipica colorazione bianca che caratterizza queste immagini. Grazie ai filtri la luce dello spettro a noi visibile lascia passare l’invisibile, quello che non vediamo» spiega.
Andretta ha messo a disposizione la sua esperienza a New York, Roma, Milano, Catania, Treviso (dove ha anche esposto), spiegando l’importanza della post-produzione.
Tutto è possibile grazie a una sorta di intuizione artistica che avvicina il fotografo ai pittori: «A volte so cosa voglio ottenere quando scatto, altre vago nella post-produzione, altre ancora non mi piace nulla e allora ricomincio da zero» rivela «ma ho trovato una nuova linfa al mio lavoro di fotografo, fatta di sovrapposizioni di livelli cromatici e colori. Sento di rifarmi, anche se inconsciamente, ai canoni dei pittori che amo di più e, del “vecchio” fotografo tradizionale che è in me, utilizzo i focali corti, i grandangoli dove ci stanno tante cose dentro, così che una grande porzione di panorama possa avere soggetti in primo piano e tante altri attorno».
Andretta ha realizzato immagini di New York, Parigi, Londra, ma anche Padova, Cittadella e Treviso come non si erano mai viste. Una sbirciata la si può dare sulla pagina Instagram infrared.master. Sarà una sorpresa scoprire come possono cambiare, per esempio, la Specola, il Duomo o Prato della Valle.
Una sfida per Andretta sono le persone: «Mi piace tantissimo includere delle figure umane, ma piccole, non mi sono ancora cimentato nei ritratti. Conosco appena cinque persone capaci di farlo: il rischio è di dar vita a dei fantasmi, mentre se indovini li filtri giusti, la carnagione diventa porcellana e i tatuaggi tridimensionali: un’esperienza che cambia lo sguardo stesso del genere ritrattistico» conclude il fotografo.
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