Travolto e ucciso a 15 anni, agli opinionisti dei social dico: basta commentare tutto, abbiate rispetto per la famiglia
«Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio niente della vita degli altri».
Questo è un piccolo pezzo del lungo monologo di Stefano Accorsi nel film di Luciano Ligabue, Radiofreccia, del 1998. Ok, lui nel film non usava la parola “niente” ma una sonora parolaccia: però il senso è quello. Ripenso spesso a quel monologo, negli ultimi tempi, perché lo vedo sempre più disatteso, sempre meno seguito.
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Ma cosa ci sta succedendo? Quand’è che abbiamo iniziato ad essere così giudicanti, nei confronti degli altri? O forse siamo sempre stati così, e i social hanno solo amplificato qualcosa che prima restava nel nostro privato? L’altra sera è morto un ragazzo di quindici anni: anche solo questa breve frase meriterebbe solo silenzio e partecipazione, il semplice pronunciarla non può che far pensare a quanto dolore i genitori, a che strazio la famiglia, a che impotenza gli amici e chi quel ragazzo ha conosciuto. Eppure, non si sa perché, non si sa come, per il semplice fatto che il ragazzo stesse passeggiando con gli amici a un orario che molti non ritengono adatto per la sua età per stare fuori, ecco che sui social è tutto un battere di martelletti, un emettere sentenze: «Ah, io a quell’ora alla sua età ero già a letto da un bel po’!», «Se non fosse stato in giro così tardi non sarebbe successo niente!», eccetera.
La mia domanda è semplice: come fate? Come riuscite ad essere così giudicanti perfino in un momento come questo? Come è possibile che il desiderio di dire la vostra prevalga addirittura sul rispetto per un lutto così terribile? Siamo vittime di un incantesimo: come nelle fiabe, qualche stregone cattivo ci ha tolto la capacità di provare empatia, tutto è notizia da commentare, tutto è piatto succulento di gossip su cui avventare la nostra furia moralista. Con l’aggravante, poi, che l’incantesimo ci fa dimenticare, anzi rimuovere, i nostri quindici anni, tutte le sciocchezze che possiamo aver fatto – le mie: di gran lunga peggiori di stare fuori tardi nella notte con gli amici e una bicicletta in mano – le regole che possiamo aver trasgredito.
Ma anche fossimo stati più integerrimi di un santo, come ci salta in mente per questo di ergerci a giudici di un ragazzo morto? Forse quello che più di tutto ci manca, in questo momento, è qualcuno o qualcosa che ci faccia stare dall’altra parte. Che ci porti lì, dentro la casa di quella famiglia, oggi, davanti a quel dolore, e ci dica: adesso, avresti il coraggio di dire a voce quello che hai scritto?
La risposta sarà anche la misura di quanto di umano c’è rimasto in noi.