Mario Monti: “Questa crisi provocherà danni gravi, il premier resti come Ciampi nel 1994”
L’intera giornata a seguire la sceneggiata di Palazzo Madama e poi il voto. «Per Draghi», sottolinea Mario Monti, come se qualcuno avesse avuto dubbi. «È stata una crisi paradossale – protesta l’ex presidente del Consiglio –. Non era necessaria ed è davvero un male che la si sia provocata per un fiocco di neve e poi sia diventata una valanga». Una tragedia, alla fine, sebbene il senatore milanese ritenga che il compito del premier non sia ancora terminato, perché il governo è dimissionario ma non certo sfiduciato. C’è il precedente di Ciampi di ventotto anni fa. Che, stima, potrebbe anche ripetersi.
Professore, che può succedere adesso?
«Questa è una crisi potenzialmente in grado di provocare gravi danni e “infiniti lutti”. Ma che, per fortuna, è contenibile negli effetti di cui è capace. Può essere gestita in modo da mitigarli».
In che modo?
«Ora Draghi va al Quirinale, ma il governo non è stato sfiduciato e, almeno sinora, le dimissioni non sono state accolte. Vale il precedente del gennaio 1994, quando il presidente della Repubblica Scalfaro ricevette le dimissioni di Ciampi e le respinse. A quel punto, convocò i presidenti di Camera e Senato e indisse le elezioni. Ma il governo restò in sella. Se questo dovesse avvenire, ma dipende naturalmente dal capo dello Stato, il governo Draghi sarebbe nella pienezza dei suoi poteri. Potrebbe andare oltre gli affari correnti in attesa del successore. Con la conseguenza che essere in grado di impostare la legge di bilancio e procedere nella gestione del Pnrr».
Si aspettava questo esito? Lei ha scritto che c’erano tre ragioni per non dimettersi.
«Ero convinto che non avrebbe abbandonato volontariamente. Invece è successo che la gestione di una carta ha fatto crollare tutto il castello e, di fatto, la maggioranza non c’è più. A questo punto, deve rimanere sino alla formazione del governo post-elettorale. Circostanza in cui un Draghi con un prestigio che rimane fortissimo e, mi auguro, nella pienezza dei poteri, è il male minore».
Qual è la vera ragione che ha portato alla caduta del governo, a suo avviso?
«Rientra nella natura delle cose che per un governo di unità nazionale guidato da una personalità esterna alla politica l’avvicinarsi del voto comporti maggiore e crescente nervosismo. È assolutamente normale. In aula di motivi ne abbiamo sentiti tanti, ma è abbastanza scontato che i politici e i partiti vogliano riconquistare un maggiore spazio e un ruolo più centrale all’avvicinarsi delle elezioni. In tale contesto, si è poi avuta una reazione psicologica a catena, negli ultimi giorni, perché il centrodestra si è ritenuto trattato con minore riguardo del Pd. Sono intervenute delle asserite asimmetrie millimetriche molto lamentate».
Lamenti giustificati?
«Cercano di posizionarsi in vista delle elezioni, ma non fanno il bene del Paese».
È stato notato che il suo governo è durato sei giorni in più di quello Draghi.
«Ho verificato. Sono 529 giorni a 523 se si dimette subito. Nel mio caso, fra il giuramento (16 novembre 2011) e le dimissioni (21 dicembre 2012) i giorni sono stati 401, sono il tempo vero del governo. Poi ci sono state le elezioni e la difficile fase di formazione dell’esecutivo. Come giorni effettivi, mi pare proprio abbia ha fatto di più».
Ora il caso pare chiuso. Se ripensa alla sua esperienza, quali sono le differenze e similitudini con Draghi?
«Questo governo ha avuto calamità impreviste come la pandemia, che si stava sviluppando, e la guerra in Ucraina. In compenso, dal punto di vista economico, e del rapporto tra Stato e cittadini, si è trovato in situazione opposta rispetto alla mia: aveva margini di bilancio larghi grzie al temporaneo annullamento dei vincoli europei e un enorme ammontare di denaro dall’Europa. Se guardiamo alla scena politica, io non avevo ministri indicati dai partiti, perché non avevano voluto darmene. Ero più libero nella gestione delle cose. Ma sarebbe stato folle solo per questo prendere decisioni e poi andare allo sbaraglio in Parlamento. Non ho mai avuto scrupolo a procedere alla consultazione dei tre capi dei partiti nel momento di prendere le nostre decisioni, purché fossero coerenti con il nostro programma. L’equilibrio dei sacrifici (molti) e dei benefici (pochi) era già definito dal principio».
Chi ha fatto peggio? Conte, che ha iniziato la crisi? O Salvini e Berlusconi che l’hanno proclamata?
«Li metterei tutti e tre insieme sulla lista del biasimo. Conte e Salvini hanno molto disturbato il manovratore in corso d’opera, in misura esasperata in questi ultimi tempi. Mi sembra che Forza Italia, e meno Berlusconi personalmente, abbia mantenuto maggiore distacco. Alla fine, hanno lasciato anche loro per non perdere contatto con le forze del centrodestra che da oggi sono ancora più vicine. Berlusconi deve aver valutato che restare poteva diventare politicamente costoso. Tutti questi calcoli, i partiti non hanno l’agio di farli quando c’è una emergenza finanziaria grave».
Vero. Però lo spread è tornato a salire. Ieri sera eravamo a quota 220.
«In effetti l’emergenza finanziaria grave è incarnata dallo spread che, da quando c’è stata l’azione della Bce sui titoli di Stato, è un allarme che ha morso poco. Dal febbraio 2021 la grande fibrillazione politica non ha avuto le conseguenze che ci si sarebbe potuti aspettare. Vedremo come va, adesso. Ci attendono giornate a grossa intensità monetaria».
Oggi la Bce decide su tassi e dintorni. Quanto grava la tempesta di Roma sulle scelte di Francoforte?
«Molto, perché il nostro peso nell’attivo della Bce, cioè i crediti nei confronti dello stato sotto forma dei titoli pubblici, è elevato. C’è un problema strutturale per cui l’Italia, più che altri Paesi, dovrà adeguarsi alla nuova fase che s’inizia. Certo sarà graduale, procederanno coi reinvestimenti, tuttavia meno titoli di stati entreranno nel portafoglio della Bce. Dobbiamo abituarci ad andare a finanziarci di più sul mercato e a contare meno sulla Bce. Certo, la soluzione ottimale sarebbe continuare a ridurre il fabbisogno».
C’è anche lo scudo anti-spread, in arrivo. Sembra fatto apposta per noi.
«È un segnale pessimo che la discussione che si sta sviluppando a Francoforte, politicamente e tecnicamente complessa, coincida con una fase in cui il governo Draghi non è quello di prima e in qualche modo l’Italia dimostra di essersi spazientita con la figura più autorevole che ci sia. All’estero si chiederanno se vogliamo lo scudo per quando ci puniscono ingiustamente o se lo chiediamo per essere protetti dagli strani comportamenti della politica nazionale».
Il 28 ottobre del 22, data largamente simbolica per l’Italia, potremmo avere un governo Meloni. Allora è vero che la storia non si ripete ma fa rima, come diceva Twain?
«Ne parliamo se e quando succede».