UN SECOLO D’AZZURRO | Enrico Cucchi, il mediano dai piedi buoni
Enrico sembra un ragazzo fortunato. Uno di quei giovani calciatori in erba che avverano il loro sogno di bambini, quello di giocare in Serie A. Cresciuto nel Savona – la squadra della sua città – sotto l’ala protettrice del padre Piero, ad appena 16 anni Cucchi ha già fatto vedere scampoli del suo talento. È un ragazzo educato e schivo, ma sa quel che vuole. Sa di avere i mezzi per realizzare una carriera da protagonista. E a parlare, come sempre, è il campo. È un centrocampista instancabile ma con i piedi buoni: corre tanto, ma è lucidissimo quando deve impostare il gioco. Nonostante il padre ne preservi le doti, non cadendo nella tentazione di addossargli troppe responsabilità, Enrico si ritaglia uno spazio importante in Serie C2. Non solo esce fuori dalla campana di vetro in cui viene gelosamente conservato, ma rompe completamente gli ormeggi e diventa un calciatore imprescindibile per quel Savona. Alla fine i numeri, che hanno il pregio di non mentire mai, sentenziano: 25 partite e un gol, ad appena 16 anni.
La stagione di Enrico Cucchi non passa inosservata. Anzi, drizza le antenne delle squadre più importanti. Ci si fionda la Sampdoria, che con il Savona ha un rapporto privilegiato: i dirigenti doriani trovano l’accordo sia con la società che con il padre di Enrico, ma non hanno fatto i conti con l’Inter. I nerazzurri bruciano letteralmente la concorrenza, sfruttando i buoni uffici del direttore sportivo Giancarlo Beltrami, ex compagno di squadra di Piero Cucchi. Il passaggio all’Inter è il coronamento di un sogno per Enrico. Sa che è giovanissimo e che dovrà sgobbare tanto, per provare a entrare nelle grazie del mister Rino Marchesi. E all’inizio, naturalmente le cose non sono semplici.
La rosa dell’Inter è composta da fior di campioni ed Enrico è l’ultimo arrivato, il meno esperto, e dovrà sudare molto prima di veder ricompensati i suoi sforzi. Inizialmente viene aggregato alla formazione Primavera e solo tre anni più tardi riuscirà a esordire in prima squadra, lanciato da Ilario Castagner il 13 gennaio 1985 in Ascoli-Inter (1-1). Ma di lì a poco Cucchi brucia le tappe: di quella stagione rimane impressa soprattutto la sua prestazione nella semifinale di andata di Coppa UEFA contro il Real Madrid. Enrico, schierato dal primo minuto col numero 8, mostra tutta la sua classe e una calma invidiabile, da veterano. È anche grazie alla sua precisione in mediana che l’Inter vince 2-0 a San Siro (non servirà, perché al ritorno il Real ribalterà l’incontro).
Il primo gol in nerazzurro arriva l’anno seguente, contro il Lecce, in una stagione in cui riesce a ritagliarsi più spazio. La crescita del giocatore c’è e si vede, ma i dirigenti decidono di privarsene, seppur solo in prestito, all’alba della stagione 1987/88. Ad accaparrarselo è proprio l’Empoli, reduce da una salvezza miracolosa e ritenuto l’ambiente ideale per permettere a Enrico di giocare con maggior continuità e di crescere senza pressioni. Per gli azzurri è un acquisto-bomba, il più importante del mercato. Quando ti ricapita di avere un giocatore così promettente e dalle qualità tecniche e umane indiscusse, che ha giocato in Coppa dei Campioni e in una squadra di rango come l’Inter? Cucchi, naturalmente, non fatica a entrare negli schemi di Salvemini e diventa il perno del centrocampo.
Il giorno dell’esordio è la prima giornata di campionato, il 13 settembre contro la Sampdoria. L’Empoli perde 2-0 e Cucchi gioca 65 minuti, sostituito poi da un altro giovane rampante, Walter Mazzarri. Dopo due partite in panchina e una da subentrante, Enrico si riprende il posto in occasione di Ascoli-Empoli e non lo lascia più. Un suo gol apre le danze nello storico 2-1 casalingo contro la Roma: una punizione al veleno, che si infila nell’angolino e non lascia scampo a Tancredi. Cucchi segna anche la giornata successiva, contro il Como, con due calci di rigore che non servono però a evitare la sconfitta (3-2).
Ripete la doppietta il 20 dicembre, in casa contro il Cesena (2-2). È ancora una volta perfetto su rigore, ma è soprattutto la seconda rete a lasciare a bocca aperta: Cucchi riceve palla a centrocampo, scarta senza difficoltà due cesenati, accelera fino all’area, finta, rientra sul mancino e d’esterno destro mette alle spalle del portiere Rossi. Un gol da cineteca, al termine di un’azione prorompente e semplicemente perfetta. L’Empoli naviga in acque poco tranquille, anche a causa del -5 inflittole dalla procura federale. Ma si coccola il suo “fenomeno”, autore di un campionato in linea con le sue qualità.
Torna al gol con la Sampdoria (2-2), nell’incontro ricordato più che altro per il grande gesto tecnico di Vialli, che segna in rovesciata. E si ripete nel 2-0 all’Ascoli con “un’altra delle sue tremende botte da lontano”, come dirà l’inviato della RAI Giorgio Martino. La chiosa finale è nella partita del congedo dalla Serie A, l’ultima giornata contro il Pescara: Enrico è ancora una volta freddissimo dagli undici metri e segna la sua ottava rete stagionale in campionato (a cui si devono aggiungere le due realizzate in Coppa Italia contro l’Avellino).
Quando termina il prestito di Empoli e torna alla base, l’Inter decide di cederlo nuovamente in prestito, alla Fiorentina. La stagione in viola fa crescere ulteriormente Cucchi che, finalmente, a 24 anni, sembra pronto per prendersi le redini del centrocampo nerazzurro. Anche perché Trapattoni ha tutta l’intenzione di puntare su di lui: lo vede perfetto per i meccanismi del suo centrocampo, che ha bisogno anche dei piedi buoni e della calma di Enrico, oltre alla consueta fisicità che lo caratterizza. Il campionato fila liscio e Cucchi si ritaglia lo spazio promesso dal Trap. È felice, può giocare in una grande squadra e l’allenatore lo tiene in grande considerazione.
Ma l’anno seguente qualcosa si inceppa. Trapattoni gli dice esplicitamente, anche se con rammarico, di non potergli garantire il posto da titolare vista la presenza di Matthaus e Berti. Enrico è in difficoltà, perché da un lato vorrebbe giocarsi le sue carte a Milano, dall’altro vorrebbe avere più continuità. Chiesto un parere al padre Piero e convinto dalla corte serrata di Vincenzo Mattarrese, alla fine decide di accettare le lusinghe del Bari. In Puglia, tra l’altro, ritrova il suo allenatore di Empoli, Gaetano Salvemini.
Mentre milita nel Bari, però, arrivano le prime avvisaglie negative sulla sua salute. È costretto a farsi visitare a causa di un neo sulla coscia, che con il passare del tempo ha ingrandito la sua estensione. Si fa operare, perché quel neo è potenzialmente molto pericoloso. Dall’ospedale lo rassicurano, gli dicono che in questi casi bisogna stare molto attenti perché anche una piccola macchia può creare gravissimi problemi. Nonostante tutto Cucchi riprende la stagione. E riesce a far salvare il Bari. L’anno successivo, però, la squadra pugliese non riesce a ripetersi e, sotto la guida di Boniek, retrocede in B. Cucchi mostra attaccamento alla maglia e rimane anche nella serie cadetta, con la speranza di tornare presto in A. Ma sarà un’illusione.
Nel 1993 passa al Ravenna. Gioca pochissimo, perché quella maledetta coscia lo tormenta, gli fa davvero troppo male per farlo esprimere sui suoi livelli. Lo staff medico gli consiglia di farsi visitare nuovamente, la paura è che dietro quel dolore insopportabile si celi qualcosa di grave. La diagnosi è spietata, Cucchi ha linfonodi dappertutto ed è costretto a cicli di chemioterapia. La situazione è disperata e, purtroppo, si aggrava velocemente. Il 4 marzo 1996, a soli 30 anni, Enrico perde la sua battaglia con il tumore.
Il mondo del calcio piange l’ennesima giovane perdita. Cucchi era un calciatore professionista nel vero senso del termine: mai sopra le righe, mai una parola fuori posto, perfezionista del suo lavoro e disciplinato durante tutta la settimana, dal primo allenamento alla partita. Ce ne siamo accorti anche ad Empoli, nel breve periodo in cui ha vestito la maglia azzurra. Di Enrico non colpiva solo l’aspetto tecnico, perché è indubbio che di quella squadra era il più forte. Di lui piaceva l’atteggiamento e quel modo di rapportarsi, pacifico e rispettoso, senza presunzione.
Gianni Mura, grande giornalista recentemente scomparso, lo descriveva così: “Figlio d’arte, centrocampista di lotta e di governo, tiro potente ma soprattutto corsa, tanta corsa. In un calcio ancora numerato dall’1 all’11 gli toccò anche la maglia numero 10, che all’Inter e altrove significa molto. Per me era un 6, il numero dei mediani prima che dei liberi. Era un combattente, Enrico. E un ragazzo d’oro. Ha sintetizzato bene Bergomi: era impossibile non volergli bene. O, nel mio caso, senza una vicinanza assidua, era impossibile non stimarlo. Perché in campo dava sempre tutto, da grande agonista, ma senza gesti sopra le righe. Sono i generosi il sale del calcio, e anche della vita. Quella di Enrico è durata troppo poco, ben altro avrebbe meritato. La sua vita se l’è mangiata una macchiolina nera che sembrava una stupidaggine. Il suo ricordo vive ed è un ricordo triste, ma anche pulito e forte. Com’era lui”.
Il ricordo di Enrico Cucchi continua nel segno di un Memorial e soprattutto di una associazione benefica – che si occupa di cure palliative – che ha preso il suo nome: http://www.associazionecucchi.it/ . Anche se ha giocato a Empoli solamente una stagione, siamo sicuri che Enrico sia rimasto nel cuore anche dei tifosi azzurri. È il destino di un uomo perbene, prima che di un bravo calciatore.
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