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«Disuguaglianze e abbandono»: tutti i guai della teledidattica

MANTOVA. Un ossimoro. Una contraddizione in termini. «Un po’ come quando si porta avanti una relazione a distanza: lo si fa nell’attesa di un incontro, di una nuova vita insieme, non la si considera un successo della coppia». Così la teledidattica secondo Rossana Villella, prof del Fermi, tra le autrici e gli autori del libro corale “Registro (s)connesso” (Dignità del Lavoro Edizioni, Cosenza), raccoglie e intreccia una trentina di testimonianze dentro e attorno all’universo della scuola. Da sud a nord, tra le famiglie, per bocca dei ragazzi, attraverso lo sguardo dei dirigenti.

Si parte dall’eccezionalità della pandemia per approdare all’ordinarietà delle mancanze di un sistema in crisi anche prima del Covid, come ricorda Christian Raimo nella prefazione. Il bisogno (disatteso) d’ascolto da parte degli studenti. Le disuguaglianze sociali. Il ruolo e i metodi degli insegnanti, cristallizzati nelle lezioni frontali e in una didattica trasmissiva. Ecco, il lockdown, che ha compresso la scuola tra le mura di casa, ha amplificate questi problemi.

Villella non è la sola prof mantovana (d’adozione) a raccontare della sua esperienza nel “Registro (s)connesso”: tra i contributi ci sono anche quelli di Stefania Lecce, che insegna al Greggiati d’Ostiglia, e di Andrea Bevacqua, tra i curatori del libro, insegnante di lettere alla scuola media di Rossano (Cosenza) dopo una lunga parentesi in pianura Padana.

«Come accade in alcuni paesi del Sud, anche questi ragazzi non hanno grandissimi stimoli, dunque la scuola diventa fondamentale nella loro vita, è il centro delle loro relazioni sociali oltre che della loro crescita intellettiva e umana – scrive Lecce – Loro, però, hanno un vantaggio: hanno maggiori possibilità di trovare un’occupazione già in giovanissima età. Proprio per questo, la dispersione scolastica è molto forte e contrastarla è spesso un’impresa».

Ecco perché l’onda anomala della pandemia ha sollecitato i prof, smarriti pure loro, ad attrezzarsi per non perdere i ragazzi. Così, ancora prima che si mettesse in moto la macchina ministeriale, gli insegnanti si sono industriati con WhatsApp, Skype e Youtube. Ma dall’entusiasmo iniziale, pionieristico, si è presto passati alla frustrazione: «Senza guardare negli occhi i miei alunni, mi sentirò sempre in difetto – confessa Lecce – perché non saprò mai quanto sono stata efficace e quanto sono riuscita effettivamente e chiarire i loro dubbi e a costruire con loro qualcosa».

«Ho parlato di ossimoro a proposito della didattica a distanza, ma la cosa diventa ancora più contraddittoria quando parliamo della scuola in senso più ampio – segnala Villella – quella che è fatta di relazioni, di odori, di sguardi, di uscite dall’aula per andare in bagno, di intervalli, e non lo dico per fare poesia, ma perché ognuno di questi elementi è essenziale nello sviluppo degli studenti che apprendono, si formano, ma soprattutto crescono fra le mura scolastiche».

Sa per certo la prof del Fermi, «che la scuola non è “non si sente, prof”, “non mi va la linea”, “non funziona la webcam”. E questo quando, come me, si lavora in contesti privilegiati, in cui gli studenti sono presenti, pur con mille limiti, in cui il problema è dover dividere un unico computer con i genitori o fare lezione badando nel frattempo a fratelli e sorelle più piccoli». Vero, la didattica a distanza non è la causa delle disuguaglianze sociali, però «le mette in rilievo e amplifica». Così come la scuola in presenza non è la soluzione, «ma almeno il luogo in cui anche ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate possono trovare la loro dimensione, estraniarsi dall’ambiente di partenza e costruire se stessi, apprendere e formarsi come gli altri».

Che poi nella crisi, quella sana, sta l’“equilibrio” della scuola, come rivendica ancora Raimo: «Che lo si voglia o no, stare così a lungo insieme ad altre persone – bambine, bambini e adolescenti – rivela il nostro carattere e le nostre vulnerabilità. Lo spazio della scuola è anche quello dove si elabora questo confronto, dove semplicemente si cresce insieme». Lo spazio della scuola è anche quello dove ci si scopre tutti fallibili. Lezione preziosa. —

Ig.Cip

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