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Il Triplete dieci anni dopo: parla l’Interista Medio

Questi sono i giorni dell’Interista Medio. Ogni anno, e siamo ormai arrivati a dieci, verso fine maggio c’è l’anniversario della cosa più bella che gli sia mai accaduta. E la mente torna a quella notte di Madrid, alla notte della terza Coppa dei Campioni che è anche la notte di quella roba che prima non si sapeva neanche esistesse: il Triplete. Sì, scudetto, coppa nazionale e Champions nella stessa stagione, roba per pochi, in Italia solo per i nerazzurri. Da allora il 22 maggio per gli interisti è giorno santo, per gli altri invece è qualcosa che fa dire «sì, ma ancora con ’sto Triplete, e basta su... ormai è cresciuto, si avvicina il tempo di andare alle scuole medie».

Peccato che sia anche la notte in cui l’ultima squadra italiana, senza peraltro italiani in campo (a parte gli ultimi due minuti di Marco Materazzi), abbia vinto qualcosa in Europa. E che, dopo, l’Inter abbia portato a casa molto poco: il Mondiale per club e una coppa Italia. Ma all’Interista Medio questo importa il giusto, specie se lui era ancora troppo piccolo quando con Helenio Herrera di Coppe ne arrivarono due di fila.

Buongiorno, confessi: ma lei prima del maggio 2010 sapeva cosa fosse il Triplete?

«No. Come tutti i tifosi delle grandi squadre italiane pensavo alla Coppa dalle grandi orecchie. Poi un giorno è spuntata questa statistica. Ce l’avevano fatta solo Celtic, Ajax, Psv Eindhoven, Manchester United e Barcellona. Nessuna italiana, quindi quale occasione migliore per aggiungere la cosa al “Mai stati in B!”?».

Coraggioso pensare alla Champions. L’ultima volta l’avevate vinta nel 1965, 45 anni prima.

«Già, io quella volta avevo quattro anni, manco me lo ricordo. Però era come se ci fossi stato. Le due coppe alzate un anno dopo l’altro da Armando Picchi, a me e a tutti gli altri, anche a quelli che non erano ancora nati, sembrava di averle viste».

Sì, ma non mi ha risposto. In quei 45 anni solo delusioni.

«Eh, proprio per quello la serata fu speciale. Io ho fatto in tempo a vivere le due sconfitte in finale con il Celtic, nel 1967, e con l’Ajax nel 1972. La prima volta ho pianto, la seconda si sapeva che non ci sarebbe stata storia. Però la cosa peggiore è stata...».

Mi lasci indovinare. Nel 2003, a Manchester: finale Milan-Juve.

«Fin troppo facile. C’era stata la doppia semifinale Inter-Milan, finita con due pareggi e una decisiva parata di ginocchio di Abbiati su Martins. Hai voglia a dire a te stesso “dai su, in fondo è il Trofeo Berlusconi”. Profonda invidia per entrambe».

Per chi ha tifato, quella sera?

«Fino all’ultimo sul rinvio per impraticabilità del campo. Poi, certo, meglio i cugini. Ma molti altri Interisti Medi non la pensano così. Molti fra quelli che vivono a Milano avrebbero preferito la Juventus».

Confessi, ma lei ha mai guardato con ammirazione le due Rivali?

«Le dico due cose ma solo se non le scrive. Il Milan di Sacchi per me era gioia per gli occhi ma non lo avrei mai ammesso neanche sotto tortura. E anche la Juventus di Trapattoni, Scirea, Zoff, Tardelli era proprio una bella squadra. Poi, certo, quando ha perso ad Atene contro l’Amburgo sono stato felice».

La Juventus di Moggi, invece?

«Moggi per me è il male assoluto del calcio italiano, il peggio del peggio. Ecco, la sera di Madrid non ho mai avuto un pensiero negativo per i sostenitori di Juve e Milan. Il giorno dopo mi è passata sotto gli occhi una foto dell’ex vicecapostazione e mi è venuto istintivo un gestaccio».

Ma lei quella sera di Madrid era certo di farcela?

«Sì. Però non posso dire di essere stato tranquillo. A un certo punto ho preso del nastro adesivo e l’ho messo sopra la parte dello schermo dove c’era il minutaggio della partita. Avevo paura di una rimonta anche sul 2-0 a meno di dieci minuti alla fine. Solo quando hanno inquadrato il capitano Javier Zanetti che piangeva di gioia mentre la sfida era agli sgoccioli mi sono lasciato andare anche io».

Ha pianto?

«E certo, l’ultima volta che mi è capitato di commuovermi per una cosa non personale. Anche se ero convinto che fosse merito mio».

Via, questa poi...

«Certo, ogni interista ne è convinto. Un suo collega di Pavia, Roberto Torti, ha appena scritto un bel libro proprio con questo titolo: “Il Triplete è merito mio (e l’Inter non lo sa)”».

Ma lei cosa ha fatto per vincere? Mica giocava.

«E come no? Era come se fossi stato in campo anche io. Ad esempio ho messo in piedi una scaramanzia che ha funzionato. Era novembre, la sera della partita di Kiev: avevo fatto una strada diversa per tornare a casa, una deviazione forzata per via di lavori in corso. Arrivato al filo del calcio d’inizio, sono stato costretto a cenare nell’intervallo. Perdevamo ed ero convinto fosse colpa di quella deviazione. Bene, avvenne quella rimonta insperata nei minuti finali. Eravamo praticamente fuori e invece da lì è cominciato tutto. E io anche per le altre partite ho ripercorso la strada “sbagliata” e ho cenato nell’intervallo. Fino alla finale, sempre così. E un po’ tutti ci hanno messo la loro spinta con cose come questa».

Ma anche per lo scudetto e per la coppa Italia non era andata poi così in discesa.

«Sì, ma c’era una strana tranquillità. In fondo, prima, avevamo già vinto quattro scudetti di fila. E anche lì c’erano scaramanzie pesanti. Un suo collega, ad esempio, distribuì una prima pagina finta con il titolo “Roma, lo scudetto è tuo” il giorno della partita con la Samp, quando Pazzini ci fece gioire. Dove lavorava lui era un covo di romanisti. Per dire...».

Uno di quegli scudetti però dicono che sia di cartone. Vinto in segreteria.

«Anche Carl Lewis a casa ha la medaglia d’oro vinta in pista da Ben Johnson, squalificato per doping. Comunque, tornando al Triplete, tutto era vissuto come un’opportunità, mai come ossessione».

Usa le parole di José Mourinho, il principale artefice del Triplete.

«Guardi, io dico sempre che l’Inter di allenatori ne ha avuti solo quattro: Helenio Herrera, Giovanni Trapattoni, Gigi Simoni e José Mourinho. Tutti gli altri si sono solo seduti in panchina accanto alle riserve».

Insomma, ma a parte lei e Mourinho, un po’ di merito ce l’avranno anche altri.

«Certo, tutti quelli che c’erano. Perfino Quaresma, se lo ricorda quello della Trivela? Assolutamente inutile, però c’era anche lui».

Diego Milito e i due gol in finale.

«Ecco, vuol farmi commuovere di nuovo. Milito immenso ma io di quella squadra abbraccio idealmente tutti, ogni volta che ci penso».

Be’, il presidente Massimo Moratti forse anche di più.

«Sì, è vero. Anche se prima ci ha fatto patire. Quando scambiò Cannavaro con il terzo portiere della Juventus, Fabian Carini, qualche giorno dopo lo vidi attraversare sulle strisce pedonali a Roma e per un attimo...».

Mica avrà pensato di investirlo?

«Ma no. Volevo solo fermarmi per dirgliene quattro. Ora è un idolo, come il padre».

Se dovesse indicare un momento chiave di quella stagione?

«Sono tre. Di Kiev ho già detto, poi gli ottavi con il Chelsea di Carlo Ancelotti, che dopo disse “occhio, questa Inter può alzare la coppa”. E poi la semifinale di ritorno a Barcellona, giocata tutta in dieci contro undici».

I vostri rivali invece danno il merito al vulcano islandese, quello che costrinse il Barcellona a fare il viaggio fino a Milano in pullman.

«È tutta invidia. Facciamo che di calcio da ora in poi parlo solo con chi ha fatto il Triplete. La saluto, devo rivedere la finale...». —

twitter: @s_tamburini

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