«Il settore musicale non è un hobby»
La vita, a volte, ha un modo tutto suo per concederci le opportunità di esaminare noi stessi ed il mondo che ci circonda. Quest’anno ho parlato spesso di questo concetto dandogli anche un nome, Big Break: la grande pausa, una grande occasione. Questo bisesto 2020, sia nel bene che nel male, è stato l’anno della grande, grandissima rottura (di scatole anche). Una sospensione alquanto bizzarra che mi ha permesso di rivalutare tutto il mio operato sia in campo artistico che personale, raccogliendo e riordinando un po’ tutta la mia esistenza, per riformulare proposte, iniziative e idee.
In questo periodo di grandi incertezze ho concentrato le mie riflessioni su quelli che sento siano i miei tre principali ruoli, quello dell’artista, della madre e della donna. Tre aspetti della mia esistenza legati tra di loro da un filo molto spesso e resistente, rafforzatosi negli anni. Come donna combatto ogni giorno per ottenere l’attenzione, il merito e il riconoscimento del mio lavoro, alla pari di un collega uomo. Mi sono ritrovata a dover battere i pugni sul tavolo per far valere le mie idee e la mia professionalità senza cedere a ricatti e compromessi. Ci sono ancora troppi ruoli nel settore artistico dominati dalla presenza maschile, non parlo soltanto di pianisti, ma anche di compositori, autori, direttori d’orchestra, direttori artistici di teatri e festival, produttori, editori, manager… Più in generale nell’industria musicale le donne ricoprono raramente ruoli decisionali, sono generalmente affiancate a uomini più potenti. La parità tra uomini e donne in Italia pare sia proprio un lontano miraggio! La discografia è in mano quasi esclusivamente a uomini (mi sto annoiando…), il mondo della musica e dei festival è roba da maschi (che barba), basti pensare al nostro tradizionale Festival di Sanremo e alle poche, pochissime cantanti in gara, per non parlare del recente festival della Bellezza di Verona, con una sola presenza femminile per di più non da protagonista (torno fra un attimo).
Ma noi siamo più coraggiose, suvvia! Sappiamo trasformare le nostre fragilità in punti di forza, e quando qualcosa non funziona siamo pronte a cambiare direzione con grinta e fierezza. Proprio quel che serve ora, in una fase in cui la ripartenza richiede concretezza, creatività, spirito d’iniziativa e innovazione. Siamo qui, pronte!
Durante la mia carriera ne ho sentite di tutti i colori. Che il pianista nell’immaginario collettivo è uomo. Che per una musicista è importante usare la propria femminilità e carica erotica per migliorare e valorizzare la presenza scenica. Che per competere sarei dovuta diventare “la risposta femminile” di “quel pianista lì…”. Che avrei dovuto snaturare il mio stile per renderlo più omologato a qualcosa di già sentito.
Sono dell’idea che per essere apprezzate nel nostro lavoro non dobbiamo assomigliare proprio a nessuno, ma essere autenticamente noi stesse. La musica che scrivo è la mia linfa vitale, è il mio modo di esprimere e descrivere i miei sogni, le mie fantasie, i miei desideri. La uso per dare voce e sfogo a tutte le mie emozioni, alle immagini che ho nella testa. Incoraggio tutte le donne a comprendere, sostenere e seguire, senza alcun freno, le proprie passioni e i propri talenti e a valorizzare ciò che le fa sentire appagate e complete, senza compromessi. Aggiungiamo anche un pizzico di spavalderia, che non guasta. Ed essere appassionati in un periodo così difficile diventa un’arma di difesa fortissima, ma va alimentata.
Credo che l’ente pubblico avrebbe potuto e dovuto gestire meglio questo aspetto e tutelare il nostro settore non solo come patrimonio artistico, ma anche come importante motore dell’economia. L’arte non è un’attività accessoria e superflua, l’arte costituisce una risorsa fondamentale che dev’essere valorizzata e sostenuta. Fratelli d’Italia! L’Italia s’è spenta! Almeno nei teatri…
Come possiamo ben immaginare, dietro ad una cancellazione di un qualsiasi evento esistono mesi, se non anni, di lavoro e progettazione. Ogni spettacolo coinvolge un grande numero di professionisti del settore. A causa di quest’ultimo DPCM, assieme ai miei colleghi ho visto svanire la possibilità di esibirmi su un palco dopo mesi di astinenza lavorativa. Stavo lavorando con un team internazionale pazzesco alla messa in scena di uno spettacolo unico nel suo genere, capace di far interagire diverse forme d’arte. So che torneremo presto su quel palco a riprendere ciò che è stato interrotto, a condividere emozioni.
Non bastano però i sussidi e le caramelle zuccherate per consolare e rimediare alla superficialità di chi considera il settore musicale come se fosse soltanto un hobby e un passatempo, compromettendo e vanificando anche chi, in questo settore, investe tutt’oggi. Resta la passione, certo, ma la musica non si governa solo con i “like” e gli “andrà tutto bene”. Servono risorse, piani di recupero, sostegni importanti.
Come mamma, in tutto questo pandemonio, sento forte la responsabilità di trasmettere a mio figlio, nel pieno dell’adolescenza, i mezzi per credere nella bellezza dei sogni, per non perdersi in questa momentanea realtà così sconnessa e dominata dalla paura e dall’incertezza. Mi ha visto lavorare senza sosta in questi mesi. Ho lanciato un album, organizzato un festival virtuale, ho messo in piedi spettacoli sia sulla terra che sull’acqua accompagnando tramonti e osservando le montagne.
Nel mio ruolo di madre, donna e artista, voglio essere d’esempio e d’aiuto innanzitutto a mio figlio, con l’obiettivo di creare le basi per un futuro alternativo e virtuoso, che raccolga l’eco dei nostri sforzi di oggi e che, dopo questa lunga e sofferta sospensione, possa risuonare di migliori propositi e di nuove prospettive.
Isabella Turso