Sintomi influenza stagionale 2020 e sintomi Covid-19: qual è la differenza?
È la domanda cruciale che tutti in questo momento si pongono: con l’arrivo del freddo e dei primi virus da raffreddamento, come si fa a distinguere i sintomi dell’influenza stagionale da quelli del Covid-19? L’abbiamo rivolta a Ivo Colombo, medico di base e specialista in Medicina Interna che esercita la professione da 34 anni nella provincia Ovest di Milano.
«La verità è che non è facile dare una risposta, perché i sintomi dell’influenza stagionale e quelli del Covid-19 sono sovrapponibili nella maggioranza dei casi», spiega lo specialista. «Parliamo di raffreddore, mal di gola, febbre, mal di testa, dolori alle ossa, tutti sintomi riscontrabili in entrambi i virus. Anche la famosa anosmia, la perdita dell’olfatto che caratterizzerebbe il Covid-19, è sì un tratto distintivo del Nuovo Coronavirus, però, nella mia esperienza ho avuto casi di forti raffreddori che presentavano anche anosmia, per cui anche questo sintomo non consente una puntuale diagnosi del caso. In definitiva, l’unico modo per fare una distinzione effettiva è sottoporsi al test del tampone».
La richiesta del tampone scatta quindi immediatamente non appena un assisito segnala un caso di febbre?
«Non sempre. È logico che una minima dose di discernimento bisogna applicarla: se si ha mal di gola o mal di testa o diarrea si pensa subito al Covid, e questo non va bene. Invece, è opportuno cercare di chiarire il quadro attraverso una breve anamnesi, per capire se il paziente in questione ha frequentato di recente luoghi affollati, se è stato a cene con amici e magari aspettare un attimo per vedere se nell’arco di un paio di giorni la situazione di malessere rientra. È logico che se nell’indagine c’è qualche dato che fa sospettare che possa trattarsi di un caso Covid si richiederà subito il tampone».
Com’è attualmente la procedura?
«Le modalità di richiesta ed esecuzione possono variare. Nella provincia di Milano, per esempio, sono stati istituiti degli ambulatori per i pazienti da 0 a 18 anni dove è possibile recarsi per eseguire un tampone senza appuntamento e avere un riscontro nell’arco di 24 ore; si tratta di un servizio molto importante, soprattutto per la popolazione scolastica che necessita di riscontri veloci. Noi, come medici di famiglia lombardi, stiamo insistendo da circa un mese per avere una situazione simile a quella presente in Veneto, dove sono stati istituiti specifici ambulatori dove sottoporsi al tampone estesi a tutta la popolazione. Attualmente, infatti, se c’è un sospetto Covid in soggetti che hanno più di 18 anni bisogna fare la segnalazione sul relativo portale e sarà poi l’Ats a contattare la persona segnalata per disporre il tampone. Rispetto a questa primavera il meccanismo si è un po’ velocizzato ma è ancora troppo lento perché nella mia esperienza tra la chiamata e il tampone a volte passano 5 o 6 giorni e non si può isolare una persona così a lungo nell’incertezza, senza poi tener conto della frequenza di questi mali stagionali».
Si parla di test rapidi in arrivo anche per i medici di famiglia? Potrebbe essere una buona soluzione?
«È una notizia che ho appreso dalla stampa. So che la Regione Lombardia ha acquistato circa 2 milioni di questi test, però dovrebbero essere disponibili soprattutto nell’ambito scuola affinché nell’arco di 15 o 30 minuti si possa avere un risultato in caso di sospetto Covid. Occorre precisare che il test rapido va a rilevare soprattutto le proteine del virus e non è sensibile come il tampone, però può certamente servire per scremare in velocità i casi negativi e quelli positivi, perché i casi di positività vengono confermati del tutto solo attraverso il tampone, mentre i casi negativi sono tali con ragionevole certezza. Quando e se questi test rapidi verranno messi a disposizione della scuola ed eventualmente del medico di famiglia non lo sappiamo. Ad oggi, non siamo stati contattati da nessuno se non via email con notizie peraltro non attuali. Non abbiamo ancora ricevuto nulla neanche sull’inizio della campagna vaccinale, se non una segnalazione da parte dell’Ats con cui ci chiede se intendiamo aderire o no alla campagna vaccinale».
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«Alcune evidenze confermerebbero che certe vaccinazioni aiutano a proteggere in qualche modo anche dal coronavirus. Recenti ricerche hanno dimostrato che chi si sottopone alla vaccinazione antinfuenzale ha una piccola percentuale in più di essere protetto. Vi sarebbero prove a riguardo legate anche al vaccino antipolio, il che spiegherebbe in parte perché i bambini che sono freschi di antipolio risultano più protetti».
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«Come avviene già per il vaccino antinfluenzale, la grande classe di soggetti a cui si destina gratuitamente la vaccinazione antipneumococcica è quella degli over 65, sebbene quest’anno – al pari dell’antinfluenzale – potrebbe essere ampliata anche agli over 60. In linea generale, però, la vaccinazione antipneumococcica viene suggerita a tutti i soggetti con problemi polmonari, quindi gli asmatici, i broncopatici e in generale gli immunodepressi, inclusi i diabetici. Questa vaccinazione si effettua una sola volta nella vita e copre l’80% dei ceppi pneumococcici, ovvero i più frequenti. Per una questione di praticità, da alcuni anni fra i medici di base di tende a somministrare l’antinfluenzale e l’antipenumoccica contemporanemente. Se poi si ritiene opportuno completare la copertura di tutti i ceppi di pneumocco, quindi anche quelli più rari, si può predisporre una vaccinazione aggiuntiva, la peumo 23, in questo caso eseguita solo nei centri vaccinali».