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Lemmy e gli ultimi mohicani: funerale da eccessi rock

Al mattino faceva colazione con whisky e Coca Cola. Per il resto della giornata parlava chiaro. E lo ha fatto fino all'ultimo, quel diavolo di Lemmy Kilmister, morto ieri appena dopo aver compiuto i settant'anni. Un cancro vorace e fulminante, dicono. Ma da qualche tempo era acciaccato, saliva sul palco sempre più malmesso e i suoi Motörhead erano stati costretti ad annullare tanti concerti in giro per il mondo. «Non ho nessun rimpianto, in vita mia ho raggiunto mete che non avrei mai pensato di raggiungere», ha detto a settembre nella sua ultima intervista al Giornale. In effetti. Cinquanta milioni di dischi venduti. Migliaia di concerti tutti esauriti. Un posto ben definito alle estremità del rock. E una coerenza che, piaccia o non piaccia, fa dei Motörhead un abbecedario per chi sposa la propria vita alla propria passione. Pochi sono stati un simbolo di un'età del rock come Ian Fraser Kilmister detto Lemmy, nato la vigilia di Natale a Stoke on Trent in Gran Bretagna, uno dei volti più riconoscibili della musica con quei basettoni, i nei che punteggiavano la barba, la postura sul palco (basso a tracolla, microfono alto, quasi mai uno sguardo al pubblico), le parole con le quali immancabilmente iniziava ogni concerto: «Siamo i Motorhead e suoniamo rock'n'roll». Il loro era molto rumoroso, essenziale, impostato su chitarra asciutta e batteria frenetica, con la cadenza rock'n'roll e il nichilismo punk. Per capirci, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, con album come Ace of Spades, Bomber o No sleep 'til Hammersmith hanno fissato le coordinate di un hard rock destinato a diventare un archetipo: poche parole, molti watt. E tutt'oggi il loro brano Overkill è considerato una traccia seminale del rock estremo al pari di Anarchy in the Uk dei Sex Pistols o di Smells like teen spirit dei Nirvana. Quasi tutto quel tipo di musica degli ultimi quattro decenni passa da quelle coordinate. E molto dell'iconografia del rock duro era identificata da Lemmy: alcol, donne, esagerazioni varie, anche ideologiche. «Dicono abbia avuto duemila donne ma non è vero, soltanto mille», ha detto lui qualche tempo fa. «Io nazista? Tutte sciocchezze, ho soltanto detto che i bastardi hanno sempre belle divise» si è spiegato al Giornale rispondendo alle accuse di essere filo nazista in quanto collezionista di divise e oggetto del Terzo Reich. Ma ora che Lemmy, l'uomo «nato per perdere e vissuto per vincere», se ne è andato e con lui i Motörhead (la band ha postato su Facebook l'annuncio ai fan: «Per adesso suonate i Motorhead e gli Hawkwind, ad altissimo volume. Fatevi un drink o più di uno»), la generazione degli eccessi fa i conti con la vita. O con la morte. I musicisti e le rockstar che per trent'anni sono stati, anche catarticamente, i simboli del «male», delle esagerazioni, della goliardia autodistruttiva, se ne stanno andando uno dopo l'altro e spesso chi rimane, come Malcolm Young degli Ac/Dc, si deve ritirare riparato da diagnosi come «demenza senile» che sembrano tanto nascondere gli effetti di altre dipendenze. Lou Reed è sparito in una notte del 2013. Joe Cocker, un altro che ai (suoi) bei tempi era chiamato «Mad Dog» per l'uso spropositato di alcol e droghe, se ne è andato giusto un anno fa. Scott Weiland degli Stone Temple Pilots e poi dei Velvet Revolver è stato appena stroncato da una overdose di alcol e droga. Era da solo come un cane sul sedile del tour bus della sua band. Insomma, è la fine di un'epoca. Oggi i divi del rock sono (all'apparenza) moderati, quasi salutisti e lanciano messaggi positivi più che (autodistruttivi). In un certo senso, è un segnale confortante per chi crede nel valore didattico della musica popolare e nella sua influenza specialmente tra i ragazzi. Ma in realtà è soltanto un segnale dei tempi: una volta certi atteggiamenti erano quasi accettati e addirittura promozionali, ora è il contrario. E rimangono nascosti. Perciò figure schiette, e sicuramente per tanti aspetti poco esemplari, come Lemmy dei Motorhead sono destinate a diventare una parte irripetibile della storia del rock. E il saluto che via Twitter gli hanno riservato altri eroi del rock duro ed esagerato come Alice Cooper od Ozzy Osbourne («Ci rivedremo nell'altro mondo») suonano come la campanella di fine lezione. Un po' malinconica, piena di cicatrici ma a modo suo eroica.

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