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Un weekend nella Trieste meno scontata: tra caffè storici, mostre di moda, pranzi al mare e il rito del buffet. L’itinerario perfetto per i ponti di primavera

Il viaggio in treno partendo da Milano è una lunga, meditativa parentesi che scivola placida attraverso la pianura, ma sai esattamente di essere arrivato quando la luce cambia e il paesaggio, all’improvviso, si spacca in due. Dal lato sinistro del finestrino si erge la nuda e aspra roccia calcarea del Carso; dal lato destro, invece, una lussureggiante vegetazione mediterranea si apre a sipario, lasciando esplodere le prime, abbaglianti sciabolate blu del mare Adriatico. Trieste ti accoglie così: con quel filo di Bora che ti pulisce l’aria nei polmoni e un orizzonte sterminato. Basta un weekend, specialmente ora che i ponti di primavera di aprile e maggio inaugurano la bella stagione, per farsi rapire dall’atmosfera struggente di questa città di confine. Trieste è italiana di fatto, ma crocevia di popoli, lingue e religioni da sempre. Un melting pot che la vecchia Europa sembra aver dimenticato, dove i retaggi dell’Impero Austroungarico non sono affatto polvere da museo, ma un’identità tangibile. Si respira nelle antiche pasticcerie, nei buffet popolari (che qui non sono quel che siamo soliti intendere) nei palazzi maestosi e nel bianco Castello di Miramare, le cui pietre sono ancora intrise della malinconica memoria della principessa Sissi.

Da Piazza Unità al Ghetto: un dedalo tra storia e vintage

I passi portano inesorabilmente verso l’acqua, fino allo spettacolo di Piazza Unità d’Italia: un immenso salotto di pietra bianca spalancato sul mare. È un palcoscenico a cielo aperto da cui godere di tramonti infuocati, mentre, poco più in là, il porto accoglie le grandi navi da crociera che sbarcano viaggiatori da tutto il mondo, rievocando i fasti di quando la città era l’unico scalo marittimo dell’Impero. Lasciandosi il mare alle spalle, si imbocca un dedalo di vie in salita che racconta le origini romane del capoluogo, testimoniate dai resti del Teatro, per giungere fino al colle di San Giusto, fiero custode del Castello e dell’antica, solenne Basilica. Ridiscendendo verso il centro, è d’obbligo passare per il Canal Grande (che non è quello di Venezia) e poi giù fino a piazza della Borsa passando davanti all’Antico teatro romano, fino a perdersi nel vecchio Ghetto Ebraico. Qui, le strade sono diventate il rifugio prediletto di antiquari, rigattieri e anime bohémien. Tra botteghe dall’aria vissuta, gli appassionati del vintage possono ancora scovare veri affari: dalle giacche militari originali dell’Est Europa, a tessuti damascati, fino ad antichi e bijoux capaci di raccontare storie dimenticate.

San Nicolò: accoglienza sostenibile, alta gioielleria e un falso mito letterario

Per esplorare l’anima borghese della città, il punto di partenza ideale è l’Hotel Continentale, al civico 25 di via San Nicolò. L’edificio, costruito nel 1875 su progetto dell’architetto Giovanni Righetti al posto di un antico stabile israelitico, nacque come celebre ristorante Berger e poi come albergo. Qui si respirano le memorie degli amori clandestini di Giosuè Carducci e della sua musa Lina, le riflessioni di Italo Svevo, l’ispirazione dublinese di James Joyce e la poesia di Umberto Saba. Oggi, il Continentale è un capolavoro di accoglienza: preservando il suo charme d’epoca e impreziosito dagli arredi in paglia di Vienna firmati Thonet, si è evoluto diventando il primo edificio storico al mondo certificato LEED Gold per l’eccezionale sostenibilità ambientale. Non chiamatelo semplicemente albergo: qui si entra in uno dei “microcosmi” firmati The Begin Hotels. Il gruppo ha trasformato l’ospitalità in una forma d’arte del tailor-made, creando non una catena, ma una collezione di anime profonde. Come il volo di una farfalla che si posa su un fiore, l’intervento del gruppo è stato “in punta di piedi”, esaltando l’identità autonoma di questo palazzo storico. Nelle giornate in cui la tipica Bora soffia gelida o quando la stanchezza del girovagare si fa sentire, non c’è nulla di più confortevole che cenare al caldo nella raffinata Sala Verde, lasciandosi cullare dai piatti firmati dallo chef Leonardo Concezzi in un’atmosfera intima e sospesa. Proprio di fronte all’albergo, poi, si materializzano le vetrine dell’Antica Gioielleria Leopoldo Janesich. Fondata nel 1835, questa Maison ha forgiato la storia dell’alta oreficeria: Leopoldo e i suoi discendenti conquistarono l’aristocrazia internazionale, annoverando tra i clienti i Savoia e i Romanoff, arrivando ad aprire nel 1913 una boutique a Parigi in Rue de la Paix, tra Tiffany e Cartier. Oggi la sesta generazione, guidata da Francesco, custodisce intatto questo patrimonio di eleganza e vi consente di sfoggiare alcuni dei modelli più iconici nella versione di bigiotteria, a prezzi decisamente molto, molto, più accessibili.

Per chi invece cerca un’esperienza più urbana, giovane e “smart”, il gruppo offre l’alternativa del The Modernist Hotel, situato sempre nello stesso quartiere. Qui l’atmosfera cambia radicalmente: sembra di essere catapultati in un sofisticato boutique hotel di New York. Il bar è un tempio della mixology dove sorseggiare drink d’autore, ma la vera perla è la suite panoramica: una vetrata monumentale abbraccia l’intera città e, con un tocco di geniale design, piccole freccette sulla finestra indicano esattamente cosa stai guardando dal letto, che sia la cupola di una chiesa o il profilo di un palazzo storico.

Il rituale del Buffet e l’aroma dei Caffè Storici

Trieste è anche, e soprattutto, un’esperienza carnale e gastronomica. Dimenticate il concetto internazionale di “buffet“: qui è un’istituzione, un rito collettivo (con buona pace di vegetariani e vegani). Il cuore pulsante del locale è la caldaia, un pentolone fumante in cui cuociono nel brodo i tagli del maiale. Porcina, carré affumicato, pancetta, zampetti e le celebri salsicce di Cragno, serviti caldissimi con senape e l’immancabile cren (la radice di rafano grattugiata che accende il palato e fa lacrimare gli occhi). Tappe obbligate sono lo storico Da Pepi nel Borgo Teresiano o, per un’atmosfera ancor più popolare e piatti come gnocchi e gulasch, Da Siora Rosa.

Per digerire un pasto così robusto, le tradizioni non si discutono: ci si sposta all‘Antico Caffè Torino, un gioiello d’epoca dove, ammirando i lampadari di cristallo e gli intarsi in legno, si deve sorseggiare il tipico amaro triestino, una coccola digestiva amata dai local. Se invece cercate una pausa più contemplativa, magari per leggere, il Caffè San Marco vi attende: i suoi ampi saloni in puro stile Liberty, foderati di libri, sembrano ancora attendere l’ingresso di Italo Svevo.

Tra moda, arte e mare

Il segreto per muoversi agilmente e in economia è la FVG Card. Questo strumento vi garantisce non solo i trasporti pubblici gratuiti, ma vi regala un assaggio di Putizza (il delizioso e opulento dolce tipico locale) presso la storica Pasticceria Eppinger. Soprattutto, la card vi spalancherà le porte dei musei. È imperdibile l’ingresso gratuito all’innovativo ITS ARCADEMY, che in questo periodo ospita Exposure, una magnifica mostra sull’arte dello styling e della costruzione dell’immagine pop delle celebrità; e al Salone degli Incanti (l’ex Pescheria) per la mostra Scart, popolata di incredibili opere d’arte create esclusivamente con materiali di recupero.

Usando gli autobus inclusi nella card, ci si spinge sul promontorio per visitare il già citato Castello di Miramare, nido d’amore di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio. Sulla via del ritorno, costeggiando il lungomare, la sosta perfetta è alla pineta di Barcola: fermatevi per un aperitivo baciati dal tramonto al chiosco Pane Quotidiano. Se avete voglia di pranzare a un millimetro dall’acqua, il Pier The Roof al porticciolo cittadino unisce piatti di mare e sapori locali.E per chi ha a disposizione un’auto o una moto, la chicca assoluta è spingersi poco oltre la città fino a Portopiccolo: un borgo marinaro incastonato nella scogliera, che fuori stagione regala una quiete e uno charme impareggiabili per un pranzo baciati dal caldo sole primaverile.

Il respiro della Mitteleuropa: fedi, lingue e un confine a due passi

A soli sette chilometri dal centro cittadino, il confine con la Slovenia non è una barriera, ma una porta invisibile e sempre aperta. Trieste è la definizione fisica e spirituale di Mitteleuropa: passeggiando lungo le rive o tra i tavolini dei caffè, l’aria stessa vibra di un crogiuolo di lingue in cui l’italiano scivola naturalmente nello sloveno, si mescola al tedesco, al serbo e all’inglese, in un vociare continuo che racconta secoli di scambi, commerci e migrazioni. L’emblema più alto di questo crocevia di popoli e di una vocazione innata all’integrazione è scolpito nella sua architettura sacra, un caso quasi unico nel panorama europeo. Nel raggio di pochissime centinaia di metri, affacciati sulle placide acque del Canal Grande o nascosti tra i palazzi del Borgo Teresiano, i rigidi profili neoclassici della chiesa cattolica di Sant’Antonio Taumaturgo dialogano con le cupole azzurre e gli sfavillanti mosaici dorati della chiesa serbo-ortodossa di San Spiridione. A pochi passi, la sobria facciata della chiesa greco-ortodossa di San Nicolò custodisce le memorie della ricca marineria ellenica, mentre, poco più in là, si innalza la monumentale Sinagoga, una delle più grandi e maestose d’Europa. Non si tratta di semplice tolleranza urbana, ma di una convivenza profonda e secolare tra fedi e culture diverse che si sono stratificate, plasmandosi a vicenda e regalando a Trieste quell’anima inconfondibile e cosmopolita di porto spalancato sul mondo.

Prima di ripartire, Trieste esige un ultimo, dolcissimo tributo. Varcate la soglia della Pasticceria La Bomboniera, tempio mitteleuropeo intatto dalla fine dell’Ottocento, che lavora ancora con un forno a legna originale del 1836. Ordinate al banco il loro “nero”, come chiamano qui il caffé: vi arriverà un vassoietto con una tazzina di caffè un bicchierino di cioccolata calda da sorseggiarci insieme e un bicchiere d’acqua per pulirvi la bocca. E poi la “Lettera d’Amore”: una sfoglia fragrante tirata a mano nello zucchero, farcita con una nuvola di crema al burro. Si narra che un pasticcere innamorato la inventò come pegno per farsi perdonare, riuscendoci magicamente. Un morso e capirete perché fu perdonato all’istante. Quindi recuperate i bagagli e dirigetevi verso la stazione. Ripartirete con l’anima sazia e il vento tra i capelli.

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