Sempre più italiani emigrano in Spagna: non solo per le opportunità, ma anche per un sistema più coerente
di Rocco Ciarmoli
Negli ultimi anni la Spagna è diventata una delle mete più ambite per gli italiani in fuga per una combinazione di fattori economici, politici e sociali.
Per decenni, gli italiani hanno emigrato seguendo una rotta consolidata: Svizzera, Germania, Francia, Regno Unito. La Spagna era una meta turistica, non professionale. Oggi quella gerarchia si è ribaltata. I dati Aire sono chiari: gli italiani residenti in Spagna sono passati da 15.000 nel 1990 a oltre 247.000 nel 2025, con un’accelerazione nell’ultimo decennio (90.000 nel 2010, 222.000 nel 2020). Un fenomeno ormai strutturale.
A cambiare non è solo il numero, ma il profilo di chi parte. Non più solo pensionati o lavoratori poco qualificati, ma medici, ingegneri, sviluppatori, ricercatori: capitale umano nel pieno della produttività che l’Italia forma e altri paesi intercettano. Nel 2024 le partenze hanno toccato il record storico, con una forte impennata tra i giovani. Una perdita silenziosa, ma sistemica.
La ragione di fondo sta nella divergenza tra due modelli. Da un lato un’Italia che cresce poco, fatica a trattenere competenze e rimane intrappolata in una struttura economica rigida. Dall’altro una Spagna che, pur con i suoi limiti, ha costruito negli ultimi anni una traiettoria riconoscibile. Nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 3%, contro lo 0,4% italiano. Ma il dato più rilevante è la continuità, una sequenza di anni di crescita sostenuta da consumi interni e salari in aumento.
Il punto di svolta è stato l’investimento strategico nell’energia. La Spagna ha raddoppiato la propria capacità rinnovabile portando oltre la metà della produzione elettrica su fonti pulite. Il risultato è un abbassamento strutturale dei costi energetici che incide direttamente sulla competitività industriale. Un’impresa che produce in Spagna parte con un vantaggio che in Italia non può essere compensato da incentivi o sussidi.
Il caso dell’eolico rende evidente la distanza tra i due paesi. La Spagna ha costruito una filiera industriale capace di produrre tecnologia ed esportarla. L’Italia invece resta bloccata in un sistema autorizzativo lento e frammentato. La Spagna chiude il 2025 a 33 GW installati, con l’obiettivo di 62 GW al 2030, e una filiera industriale-domestica che esporta turbine in tutto il mondo e impiega oltre 35.000 persone. L’Italia si ferma a 13,7 GW, con appena 563 MW installati nel 2025. Ma la differenza più significativa riguarda la redistribuzione del valore: in Spagna i territori partecipano ai benefici della transizione energetica, mentre in Italia questi restano concentrati nelle mani di pochi operatori. È una differenza che incide sulla coesione sociale oltre che sull’economia.
Ma il divario non è solo economico. La Spagna ha costruito la propria democrazia recente su una memoria ancora viva, sviluppando una maggiore attenzione alla partecipazione e al ruolo delle istituzioni, mentre in Italia questo legame si è progressivamente indebolito, trasformandosi spesso in una dinamica di appartenenza più che di responsabilità. Un deputato italiano può arrivare a guadagnare fino a 18.700 euro lordi al mese mentre in Spagna la retribuzione si aggira intorno ai 5.500 euro e segue logiche più vicine a quelle del resto della società.
È in questo contesto che si inserisce la scelta di partire. Non è solo una ricerca di opportunità ma il tentativo di vivere in un sistema più coerente, dove le regole siano leggibili e il tempo non venga assorbito dall’incertezza. Certo la Spagna non è un modello perfetto, la disoccupazione resta elevata e il costo della vita nelle grandi città è in crescita. Ma offre una direzione. Ed è proprio questa direzione, più ancora dei numeri, ad attrarre.
In un’Europa sempre più vincolata da equilibri esterni e meccanismi tecnocratici, la Spagna ha costruito una struttura economica non ricattabile. La differenza sta tra sistemi che trattengono valore e sistemi che lo disperdono. Ed è proprio questa distanza a muovere le persone.
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