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“Fino ai 30 anni sei convinto di conoscere tutto, arrivi ai 40 e dici ‘va bene, non so niente’. Me l’ha insegnato Gino Paoli. Sarò sempre quella persona che alla domenica viene l’angoscia perché lunedì c’è scuola”: parla Jack Savoretti

“Fino ai 30 anni sei convinto di conoscere tutto, arrivi ai 40 e dici “va bene, non so niente”. È stata questa la consapevolezza che ha accompagnato il cantautore italo-inglese, Jack Savoretti, nella realizzazione del suo ultimo disco, “We Will Always Be The Way We Were” (“Saremo sempre quello che eravamo”). L’album, che verrà pubblicato venerdì 10 aprile, sovrappone la “crisi dei 40 anni” dell’artista con tracce molto romantiche. Il progetto, che conta tredici tracce, presenta i featuring di Mille, Steph Fraser e KT Tunstall. “We Will Always Be The Way We Were” arriva dopo la parentesi di “Miss Italia” (“ero vulnerabile al massimo, perché l’album era in italiano”) e rappresenta, per Savoretti, un tuffo sentimentale nel passato, ma senza nostalgia.

In occasione dell’uscita del disco l’artista ha raccontato, a FqMagazine, la genesi del progetto e, tra una citazione a Gino Paoli ed una a Miles Davis, il cantautore non ha risparmiato qualche osservazione nei confronti dell’industria discografica (italiana).

“Questo è l’album che forse avrei voluto fare vent’anni fa ma non avevo la giusta esperienza. – ha commentato – Il disco non è complesso nel senso musicale, ma farlo è molto più difficile di quello che sembra. Fare una cosa autentica, dove la sostanza vale più dello stile, sembrerebbe la cosa più naturale, ma non è così facile, almeno per me. Ci sono voluti vent’anni e, come dice Miles Davis, ‘bisogna imitare prima di innovare’ e io sono tanti anni che nel mio piccolo ho imitato per imparare. Questo è probabilmente il mio album più innovativo: è un paio di jeans e una t-shirt bianca. Non è un vestito bello per fare scena, per farsi vedere. Ma non è facilissimo essere sempre autentici e avere un livello di confidence per non mettersi la giacca che ti fa sembrare più importante”.

Nella copertina del disco c’è una fontana con due innamorati che si baciano e dei bambini che giocano: perché?
Ho collaborato con una ragazza che si chiama Lea Pao, che lavora tantissimo con i Radiohead ed ha lavorato anche con Adele nella parte artistica. La canzone preferita di me e mia moglie è di Jackson Browne e si chiama “Fountain Of Sorrow”, e quando ho visto questa foto, dove ci sono i bambini che giocano, i giovani innamorati e la fontana, ci ho visto tutta la mia vita, anche se, in realtà, non c’entra niente con me.

È il disco della crisi dei 40 anni, ma anche il più romantico: come si amalgamano le due fasi?
C’è una cosa bellissima che ha detto Gino Paoli: “Un poeta non è un poeta perché è bravo con le parole. Un poeta è un poeta perché decide di guardare il mondo in una certa maniera, decide di sentire dei sentimenti e valorizzarli”. Questo, nel suo piccolo, è quello che succede nella crisi di mezz’età (ride, ndr).

In che senso?
Diventi poeta non perché prendi carta e penne e scrivi poesie, ma perché guardi il mondo con la poesia, vedi la bellezza nelle cose, anche nella tristezza, nelle cose brutte. Diventi un po’ più filosofico: fino ai 30 anni sei convinto di conoscere tutto, arrivi ai 40 e dici “va bene, non so niente”. E quando accetti questa cosa, che non è ignoranza ma inconsapevolezza, è una liberazione incredibile.

Quanto ti pesa che un tuo disco faccia successo?
Il risultato non m’importa molto. Per me è importante il processo, lo scrivere canzoni, registrarle, costruirle, convincere la gente a lavorare con me. Con ‘Miss Italia’ (disco uscito nel 2024, ndr) ho scoperto una parte di me, durante il processo creativo, che non avevo mai sviluppato. Ovvero di concedere il controllo, di fare qualche passo indietro.

Com’è nata la collaborazione con Mille?
L’ho scoperta perché sono malato di musica e trascorro i giorni sui social o sui vari streaming service. Mille mi era apparsa su Instagram, e mi sono stupito del fatto che non la conoscessi. Era da tanto che non sentivo un’artista fare musica italiana, di cui io sono un po’ malato, che non fosse nostalgica. È molto “classicamente italiana”, però anche molto attuale, presente, onesta, autentica e super creativa. Se devo essere sincero quando l’ho scoperta mi sono un po’ arrabbiato.

Con chi?
Con l’industria musicale italiana (ride, ndr). Com’è possibile che un’artista così rara non sia più conosciuta e spinta all’estero? La musica italiana va spinta di più all’estero, però va anche capito cosa la gente voglia dalla musica italiana, adesso. E lei, secondo me, è una bandiera incredibile.

Qual è il tuo bilancio dopo questo disco?
Forse è il meno coraggioso che abbia mai fatto in vita mia, perché ho lasciato fare al vento, non c’era strategia. È stato molto “vediamo come va” e questo, nel suo piccolo, è romantico. Non avere la cartina quando uno parte per un viaggio, adesso ci dà l’idea di romantico. Siamo partiti senza bussola, però eravamo con un sacco di idee e di voglia, ma non c’era una destinazione.

Chi è Jack Savoretti oggi?
Sarò sempre il bambino che non riesce a dormire la sera di Natale, sarò sempre quella persona che alla domenica viene l’angoscia perché lunedì c’è scuola. Ci sarà sempre quella componente lì. Sono cresciuto in tante cose: nel dare valore alle mie scelte, anche se di anima e cuore sono sempre quello delle origini, e credo che siamo un po’ tutti così, ed è per questo che l’album si chiama “Saremo sempre quello che eravamo”. Possiamo crescere, svilupparci, dare valore a noi stessi e alle nostre decisioni, però la nostra anima rimarrà sempre quella.

Come sarà il tuo concerto al Fabrique di Milano?
Per me il live italiano è internazionale, io di casa sono inglese. La nostra carriera parte in Inghilterra, anche se da uomo mi sento più italiano che inglese, da artista sono più inglese che italiano. I miei concerti inglesi sono diversi perché vanno un po’ più profondi nel repertorio, perché la mia carriera inglese è da vent’anni che c’è mentre, quella italiana, ha iniziato a svilupparsi negli ultimi dieci anni. Tengo le canzoni italiane per l’Italia, anche se l’album italiano ha fatto meglio in Inghilterra che in Italia. Quindi, forse, “Miss Italia” sarà il mio unico album italiano, ho chiuso il capitolo lì (ride, ndr).

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