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Settimana corta a salario invariato, la Camera ha rigettato la proposta di legge: un’altra occasione persa

di Simone Lauria*

Un’altra occasione mancata per ripensare l’attuale modello produttivo: la Camera dei Deputati ha rigettato la proposta di legge, avanzata da Pd, Movimento 5 stelle e AVS, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Da dove nasceva la proposta e in cosa consisteva? La proposta prevedeva una riduzione dell’orario di lavoro settimanale, a parità di salario, fino a 32 ore, distribuite eventualmente su 4 giorni; la riduzione sarebbe avvenuta tramite la sottoscrizione di contratti nazionali, territoriali e aziendali.

Il tema dell’orario di lavoro si inserisce in un quadro più ampio di riflessione nel quale è doveroso considerare la situazione italiana dal punto di vista dei salari, della produttività e dell’occupazione: in Italia, si lavora di più che in altri Paesi a fronte di salari reali non adeguati.

Orario di lavoro, quantità da produrre, quantità di prodotto per ore lavorate sono elementi da considerare contestualmente per comprendere se una riduzione dell’orario di lavoro può andare a beneficio dell’occupazione, che è da considerare necessariamente uno degli obiettivi che la proposta di legge intendeva perseguire.

L’orario di lavoro dipende da diversi fattori, sia normativi (dalle leggi, dai contratti) sia istituzionali (dalla disponibilità di servizi, ad esempio, per la scelta tra tempo pieno e parziale, al netto dei fenomeni sempre più diffusi, purtroppo, del part- time involontario). Ci sono dati significativi per comprendere gli effetti della relazione tra occupazione, prodotto, prodotto per ora lavorata e orario di lavoro; in Italia, ad esempio, nel biennio 2020/2022 secondo i dati Ocse il prodotto è aumentato ma a discapito dell’occupazione. Ciò indica che la produttività del lavoro è, in qualche misura, aumentata ma il potere di acquisto dei salari è invece diminuito.

D’altro canto le politiche di contenimento dei salari, tratto caratterizzante del nostro modello di crescita, hanno ripercussioni negative sulla domanda aggregata; in Italia, una crescita del prodotto per ora lavorata è accompagnata da una crescita elevata dei prezzi, a dimostrazione che il valore del prodotto per ora lavorata è la conseguenza di una politica di contenimento dei salari e di un’alterazione del rapporto tra salari e prezzi (con l’obiettivo di dare priorità all’aumento dei profitti).

La questione salariale non può quindi prescindere da questa considerazione: una divaricazione tra la crescita del valore del prodotto per ora lavorata (e quindi dei prezzi) e quella dei salari orari si traduce in effetti negativi per il salario reale e per i consumi; ridurre l’orario di lavoro in linea con gli aumenti del prodotto per ora lavorata, consentendo l’allineamento tra salari e aumento del valore del prodotto per ora lavorata, garantirebbe invece vantaggi per l’occupazione.

L’attuale scenario di guerre internazionali non lascia intravedere nulla di buono; la preoccupazione maggiore, dal mio punto di vista, è quello degli effetti sugli equilibri economici; le imprese potrebbero sì essere indotte a contenere i prezzi ma rinunciando solo parzialmente ai profitti, agendo piuttosto sul contenimento dei salari (laddove possibile, ovviamente: dai mancati rinnovi dei contratti nazionali al depotenziamento o disapplicazione degli accordi di secondo livello).

In Italia, proprio alla luce delle considerazioni qui affrontate, la questione salariale è allora dirimente, anche nella discussione di qualsiasi ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro. I dati, nel nostro Paese, sono sconfortanti: si stima che ci siano circa 2,4 milioni di dipendenti con una retribuzione oraria inferiore ai 9,5 euro (in una condizione strutturale, al netto di chi percepisce una retribuzione oraria inferiore per eventi quali la malattia, la maternità e la cassa integrazione); e si tratta di dipendenti spesso apprendisti, o con contratti a termine, o con un rapporti di lavoro a tempo parziale (spesso involontariamente), a dimostrazione del fatto che anche una ipotesi di intervento normativo che istituisca il salario minimo (che però non è nell’agenda politica dell’attuale maggioranza) dovrebbe essere supportata da un ripristino delle regole fondamentali del lavoro nell’uso dei contratti a termine, del lavoro somministrato, del part-time e nei casi di licenziamento illegittimo.

*Ufficio Studi della Camera del Lavoro di Milano

L'articolo Settimana corta a salario invariato, la Camera ha rigettato la proposta di legge: un’altra occasione persa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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