Assegno unico per i figli, il governo corre ai ripari sul requisito della residenza in Italia da almeno due anni per evitare l’infrazione Ue
Il panorama delle misure di sostegno alle famiglie in Italia attraversa una fase di cambiamento, spinta soprattutto dalla necessità impellente di conformarsi al diritto dell’Unione Europea. Al centro della tempesta normativa l’Assegno unico e universale, pilastro del welfare familiare introdotto nel 2022 dal governo Draghi, che oggi viene radicalmente riscritto attraverso un emendamento governativo al decreto PNRR (n. 19/2026). La modifica, depositata in Commissione Bilancio alla Camera, punta a risolvere una delle controversie legali più accese degli ultimi anni: la legittimità dei requisiti di residenza “storica” per l’accesso alle prestazioni sociali fondamentali.
Fino a questo momento, la normativa italiana prevedeva che, per ottenere l’assegno per i figli a carico, il richiedente dovesse dimostrare di aver risieduto in Italia per almeno due anni, anche non continuativi, oppure di essere titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato o di durata almeno semestrale. Questo vincolo del biennio, introdotto con l’intento di premiare il radicamento sul territorio nazionale, era stato da subito criticato dalle organizzazioni sindacali e, successivamente, messo sotto accusa dalla Commissione Europea. L’emendamento elimina finalmente questo requisito temporale, stabilendo che per accedere al sostegno sia sufficiente essere residenti, domiciliati o lavoratori nel Paese al momento della presentazione della domanda, allineando l’Italia agli standard di equità richiesti da Bruxelles.
Il superamento della discriminazione territoriale e la pressione di Bruxelles
La decisione del governo di intervenire d’urgenza non è casuale, ma rappresenta una mossa d’anticipo per evitare una condanna quasi certa da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Nel 2024, infatti, la Commissione ha ufficialmente deferito l’Italia a seguito di una procedura d’infrazione aperta già nel 2022. Il cuore della contestazione risiedeva nel fatto che il requisito della residenza biennale violava il principio di libera circolazione dei lavoratori e il regolamento sul coordinamento della sicurezza sociale.
Secondo le norme comunitarie, ogni cittadino dell’Unione che si sposta in un altro Stato membro per lavorare deve godere degli stessi vantaggi sociali dei cittadini nazionali sin dal primo giorno, senza dover attendere periodi arbitrari di “prova”. Un esempio emblematico di questa tensione era rappresentato dai lavoratori frontalieri e dai cittadini Ue che, pur producendo reddito e pagando le tasse in Italia, si vedevano negare l’Assegno Unico perché i propri figli risiedevano nel Paese d’origine.
La nuova norma interviene proprio su questo paradosso, stabilendo che l’Assegno possa essere richiesto anche dai lavoratori degli Stati membri dell’Ue non residenti in Italia, a condizione che svolgano la loro attività nel nostro Paese. Questo significa che un genitore che lavora stabilmente in una regione di confine, come il Friuli-Venezia Giulia o il Piemonte, ma mantiene la famiglia oltre la frontiera, avrà diritto a percepire il contributo mensile per i figli residenti all’estero.
L’impatto economico e la nuova platea di beneficiari
Le stime fornite dalla relazione tecnica che accompagna l’emendamento delineano un impatto sociale ed economico di rilievo. Si prevede che l’estensione del diritto all’Assegno Unico porterà all’inclusione di circa 50.000 nuovi figli beneficiari che finora erano rimasti esclusi dal sistema. Dal punto di vista finanziario, l’operazione richiede uno stanziamento che parte da 20 milioni di euro per l’anno 2026, con una crescita progressiva della spesa che si stima raggiungerà i 36 milioni di euro annui a decorrere dal 2035.
Cifre che rappresentano una frazione minima rispetto alle potenziali sanzioni e all’obbligo di risarcimento che l’Italia avrebbe dovuto affrontare in caso di condanna definitiva da parte della Corte di Giustizia.
Oltre ai cittadini stranieri, la riforma tutela in modo significativo anche i cittadini italiani che rientrano in patria. Molti lavoratori che hanno trascorso periodi più o meno lunghi all’estero, una volta tornati in Italia, si ritrovavano paradossalmente esclusi dai sussidi proprio a causa della mancanza di una residenza continuativa negli ultimi ventiquattro mesi. Con l’eliminazione del vincolo biennale, questo “paradosso del rimpatriato” viene risolto, garantendo protezione immediata a chiunque scelga di rimettersi in gioco nel mercato del lavoro nazionale, favorendo così anche il rientro dei cervelli e della manodopera qualificata.
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