Oggi il ‘campo stretto’ ha elevato la prudenza a metodo. Ma questa non è tattica: è debolezza
di Paolo Gallo
C’è un vizio antico che torna a infestare la politica italiana: l’ambiguità elevata a metodo, la prudenza trasformata in alibi, il centrismo declinato come rifugio permanente per non scegliere. Oggi questo vizio si annida in quello che mi piace definire “campo stretto”, l’asse politico composto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che dovrebbe rappresentare un’alternativa di governo e che invece appare sempre più come una zona grigia, indistinta, incapace di assumere una postura riconoscibile.
Lo dico con la franchezza di chi questo percorso lo vive dall’interno. Sono iscritto al Movimento 5 Stelle da oltre tredici anni, da quando tutto è iniziato con l’intuizione di Beppe Grillo. Ho messo la faccia candidandomi alle elezioni comunali e regionali. Ho attraversato stagioni diverse, entusiasmi e difficoltà, ma sempre con una convinzione: senza chiarezza non esiste credibilità.
Oggi, però, il cortocircuito è evidente. Da una parte dichiarazioni nette, perfino di rottura: revisione delle sanzioni, stop all’invio di armi, ripensamento radicale delle scelte energetiche. Dall’altra, nel giro di poche ore, il ritorno a un lessico felpato, compatibile, calibrato per non disturbare gli equilibri esistenti. Non è dialettica interna: è dissonanza strutturale. È una linea politica che si smentisce da sola mentre prende forma.
Questo oscillare continuo non è tattica, è debolezza. E soprattutto è già visto. Per anni abbiamo criticato il Pd per aver inseguito un centro evanescente, un luogo politico che non esiste se non come somma di cautele, rinvii e compromessi al ribasso. Oggi il rischio concreto è che anche il M5s imbocchi quella stessa strada, smarrendo la propria ragion d’essere. Il punto più critico è la progressiva marginalizzazione della partecipazione. La base non decide, ratifica. Viene convocata a valle, quando le scelte sono già state rese innocue, limate fino a diventare irriconoscibili. È una dinamica che svuota la democrazia interna e, inevitabilmente, erode la credibilità esterna. Perché un elettorato maturo non chiede slogan: pretende coerenza.
Nel frattempo, il Paese reale manda segnali chiarissimi. Quando le battaglie sono comprensibili, quando le posizioni sono nette, la partecipazione cresce. Gli elettori lo hanno dimostrato col referendum: non temono la chiarezza, la chiedono. E indicano una bussola precisa: il riferimento non è il tatticismo dei gruppi dirigenti, ma la Costituzione. È lì il perimetro, è lì il faro. Diritti, equilibrio dei poteri, centralità democratica: principi che non ammettono ambiguità.
E allora il nodo politico è tutto qui. Il centro, inteso come terra di mezzo permanente, non è più una risorsa: è una zavorra. Non è sintesi, è sottrazione. Non produce governo, produce immobilismo. E chi ambisce a governare davvero non potrà averne bisogno. Perché governare significa scegliere, assumersi responsabilità, tracciare una linea leggibile. Se il “campo stretto” continuerà a muoversi in questa penombra, non si allargherà: si contrarrà fino a implodere. Non per l’ostilità degli avversari, ma per l’assenza di una propria identità.
Senza chiarezza, senza coraggio, senza partecipazione reale, non si costruisce un’alternativa. Si prepara soltanto l’ennesima sconfitta.
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