Libano, Pasqua sotto le bombe israeliane. Le chiese accolgono i rifugiati di ogni religione: “Non fuggiremo”
La messa del Venerdì Santo nella chiesa di Saint Al Najat di Hadath, periferia sud di Beirut, comincia alle 18. L’ultimo di una serie di ordini di evacuazione forzata annunciati da Israele che riguarda anche quest’area risale alla mattina. Alle 17.40 un’esplosione fa tremare i vetri della casa della famiglia Haddad dove i genitori e le due figlie sono seduti a conversare prima di andare in chiesa. “È più giù”, dice Raghida Haddad indicando con la mano la discesa che conduce alla chiesa e oltre, verso il cuore della periferia sud della città. Durante la celebrazione almeno altri tre bombardamenti colpiscono alcune zone della periferia sud di Beirut. L’oppressiva foschia non permette di vedere dove. Anche il rumore è ovattato, non come il primo colpo.
La celebrazione della Pasqua, o della Domenica delle Palme per i cristiani ortodossi, è stata segnata da violenti bombardamenti. Almeno otto attacchi hanno colpito la parte meridionale della città, mentre un raid a circa 100 metri dall’ospedale Rafik Hariri, nella zona densamente popolata di Jnah, ha ucciso almeno 5 persone ferendone 52. La parrocchia cattolica di Saint Al Najat conta circa 400 famiglie. “I bombardamenti sono iniziati durante la quaresima. Nei giorni più intensi abbiamo dovuto sospendere la preghiera del pomeriggio”, spiega padre Baroudi, parroco della chiesa. “Ma per questa ultima settimana abbiamo deciso di andare avanti in qualsiasi caso”. A dimostrazione di questo impegno, secondo il parroco, c’è il fatto che le persone abbiano partecipato numerose alla messa del Venerdì Santo, nonostante il bombardamento avvenuto poco prima. “La guerra non ci distoglierà dall’essere cristiani che praticano la propria religione”, aggiunge.
Durante l’escalation israeliana sul Libano di settembre 2024, la chiesa è stata danneggiata da uno dei bombardamenti che hanno colpito l’area che si trova all’interno della zona rossa evidenziata dagli ordini di evacuazione forzata dell’esercito israeliano. “Nonostante gli ordini di evacuazione, non prenderò mai in considerazione la possibilità di andarmene. Mio marito è nato qui e non mi sentirei sicura in nessun altro posto”, dice una signora prima di entrare in chiesa.
Secondo le Nazioni Unite, l’evacuazione forzata del sud del Libano, di parte della valle della Bekaa e della periferia sud di Beirut ha provocato lo sfollamento di circa 1,3 milioni di persone. Di questi, solo una piccola parte, circa 130mila, hanno trovato rifugio nelle scuole pubbliche o in altre strutture messe a disposizione dall’attuale governo libanese. Tra gli altri, una parte ha trovato ospitalità o ha affittato un appartamento a proprio spese. Chi ha potuto ha persino mantenuto lo stesso contratto di affitto di una seconda abitazione dal 2024, per paura di dover fuggire da una nuova guerra che poi è arrivata. Allo sfollamento di massa si aggiungono gli attacchi israeliani che ad oggi hanno ucciso più di 1.400 persone dal 2 marzo, ferendone più di 4.400.
Dopo la messa, la Via Crucis per le vie del quartiere avviene lo stesso. Le casse installate sulla jeep coprono il rumore degli aerei da guerra israeliani che volano bassi sopra la capitale, aiutate dalle campane della chiesa ortodossa poco distante, suonate in segno di rispetto al passaggio della processione. “Noi ce ne siamo andati solo per un giorno. Siamo partiti alle 1 di notte tra il 1 e il 2 marzo per un villaggio di montagna non lontano da qui, ma poi siamo tornati”, continua Raghida Haddad. Fa la sarta e generalmente in questo periodo dell’anno riceve diverse richieste. “Quest’anno le commissioni sono state soltanto due”, invece. Anche i negozi adesso chiudono non più tardi delle 18. “E c’è chi evita di spostarsi troppo la sera”, continua. “Non noi”, risponde la figlia Mylia Haddad. “Ma non si dorme bene”, sottolinea la madre.
Tra jet militari, aerei che rompono il muro del suono producendo un rumore simile a un’esplosione, e bombardamenti israeliani, le notti a Beirut e su gran parte del Libano sono intense. Come quella tra sabato e domenica nella zona di Jezzine, nel governatorato del sud del Libano, ma al di sopra del fiume Litani. “Hanno bombardato Kfar Hatta. Da qui sentiamo tutto, ma sappiamo di essere al sicuro”, racconta Fatima Hamadan che insieme al marito, ai figli e ai nipoti è stata costretta a lasciare il villaggio di Kfar Mishki e a cercare rifugio nel monastero dei santi Pietro e Paolo, a Jezzine, dove vivono da un mese e una settimana. Come ricorda il padre superiore, Filemone Selwan, l’unico monastero ad aver aperto agli sfollati di qualsiasi comunità e in generale una delle poche chiese ad aver preso la decisione di accogliere chi in fuga dai bombardamenti israeliani. “Ci è sembrata la cosa più naturale, la chiesa è la casa degli esseri umani”, aggiunge padre Abouna Boutrous Akure.
A Beirut, infatti, la mancata apertura di alcune chiese e moschee per accogliere gli sfollati, costretti ad accamparsi in tenda nei parcheggi di fronte al mare, senza servizi igienici ed esposti a pioggia e vento, ha suscitato non poche polemiche. “A Jezzine, nonostante sia stata una notte pesante, per la messa di mezzanotte la chiesa era piena”, dice soddisfatto il padre superiore. Solo una settimana fa su queste strade un attacco israeliano mirato ha ucciso i giornalisti di Al-Manar e di Al-Mayadeen, Ali Choeib, Fatima Ftouni e Mohammad Ftouni. Un attacco poi rivendicato da Israele con un video pubblicato sui social.
“Qui tutti sono i benvenuti, preghiamo e mangiamo tutti insieme. Dio è uno”, dice padre Selwan. “Dio è uno” dice anche Hussein Hamadan, accanto alla moglie Fatima, in italiano. “L’Italia è la nostra seconda casa”, continua Fatima. Per anni, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, hanno vissuto a Como, dove ancora si trova parte della famiglia. “Anche allora eravamo fuggiti dalla guerra, poi ci hanno detto che era finita, ma poi c’è stato il 2006 e siamo scappati in Siria e nel 2024 ci siamo spostati in tre posti diversi”, continua.
Come loro, altre quattro famiglie vivono nel monastero, 37 persone circa. “Prego la mia religione sotto la chiesa e questa è una cosa bellissima”, sottolinea Fatima. Le donne dormono nelle stanze al piano superiore, mentre gli uomini nel salone. “Speriamo che questa volta finisca una volta per tutte. E che finisca presto, non vogliamo essere un peso per la chiesa che ci ospita”, spiega.
Anche qui, tra le montagne della zona di Jezzine, conosciuta per le sue cascate, le campane coprono i rumori degli aerei da guerra israeliani che girano incessanti su tutta la zona, insieme ai megafoni della chiesa che diffondono l’omelia e i canti di Pasqua. Dopo la messa ci si riunisce tutti nel refettorio per lo scambio di auguri e uova mentre si parla di politica, di ideologia e di guerra. La guerra e l’occupazione impattano tutti, dagli anziani ai bambini che in molti casi non possono andare a scuola, dall’economia alla terra. “Io sono per resistere. Come libanesi troveremo sempre una soluzione e come cristiani non temiamo la morte”, dice un parrocchiano.
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