Ingegnera a Parigi. “A Milano tutto ruotava intorno al lavoro. Qui riesco a vivere davvero e il welfare aziendale funziona”
Non una fuga, ma una deviazione. Guardare da un’altra prospettiva quello che in Italia, spesso, si dà per scontato. Ludovica Mercuri ha 28 anni, una laurea in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano e oggi lavora a Parigi come trading consultant in un’azienda francese leader mondiale nel fornire software per il trading bancario. Un anno e mezzo fa ha lasciato Milano non perché stesse male, ma per curiosità. Ed è proprio questa curiosità, diventata confronto quotidiano, ad averle fatto vedere con maggiore nitidezza i limiti strutturali del sistema italiano. “Non è che io sia scappata dall’Italia per situazionitossiche – racconta a ilfattoquotidiano.it – Anzi, ero super fortunata a livello lavorativo, soprattutto rispetto ai miei coetanei”.
A Milano lavorava in un contesto solido e stimolante. Ma col tempo ha iniziato a percepire una mentalità che la stava stretta: “C’è quell’idea, molto stereotipata ma reale, del ‘milanese imbruttito’, per cui la vita ruota quasi interamente attorno al lavoro”. Il punto, sottolinea Ludovica, non è la voglia di lavorare. “A me piace darmi da fare, avere obiettivi. Però spesso ci si ritrova in situazioni limitanti”. Porta esempi concreti. Le giornate “scariche”, quelle in cui alle 17 potresti uscire dall’ufficio senza che nulla resti indietro. “In Italia non è possibile. Se esci prima rischi la frecciatina tipo ‘stai facendo la mezza giornata, eh?’”. Oppure il task dell’ultimo minuto, urgentissimo solo sulla carta, che ti costringe a restare fino a sera per compensare una cattiva organizzazione. A Parigi l’approccio è diverso. Le giornate sono intense, ma strutturate. Il lavoro è organizzato per priorità chiare, con livelli di urgenza definiti. “Questo aiuta tantissimo: sai sempre su cosa concentrarti e non hai tempi morti né picchi inutili”. Se capita di restare di più, succede per una responsabilità sentita, non per un’imposizione. “Non perché bisogna fare tutto subito a prescindere”.
La differenza più evidente, però, è la fiducia. “Qui mi sento davvero responsabilizzata. Se devo mandare una mail a un cliente, non devo farla rileggere a nessuno. La mia manager si fida di me”. Un contrasto netto con Milano, dove anche con qualche anno di esperienza alle spalle capitava di dover chiedere continue approvazioni. “È un approccio che sto cercando di togliermi dalla testa”. La fiducia si traduce anche in flessibilità e in un rapporto più sano con il tempo libero. Ludovica ha 35 giorni di ferie all’anno ed è obbligatorio usarli tutti. “In Italia chiedere ferie è quasi come chiedere un favore, quando invece è un diritto”. In Francia, staccare davvero è possibile. “Quando finisci, non pensi più al lavoro. Puoi fare sport, vedere amici, studiare. Io in Italia non riuscivo mai a staccare del tutto, mi capitava di essere chiamata la sera o nel weekend”. Anche la cultura fuori dall’ufficio cambia. “A Milano si parla sempre di lavoro e dei problemi che lo riguardano, con i colleghi e anche con gli amici. Qui no: è un argomento marginale. E nessuno si lamenta”. Non perché non esistano complicazioni, ma perché l’organizzazione funziona. “Quella fa davvero la differenza”.
L’azienda per la quale lavora le ha permesso di crescere rapidamente. Il management è giovane, competente, meritocratico. “Se sei in gamba ti vengono affidate responsabilità”. I feedback sono continui, strutturati. “Ho un meeting settimanale con la mia manager. C’è una cura verso la persona che in Italia ho sentito meno”. Una cura che passa anche dal riconoscimento: “Mi fanno notare quando faccio qualcosa di buono. Sembra banale, ma non lo è”. In un anno, Ludovica ha imparato a rapportarsi con i clienti parlando in un’altra lingua, il francese. “La mia manager mi fa spesso i complimenti per questo”. Oggi segue anche una stagista da poco assunta, cercando di replicare lo stesso approccio: “Dire alle persone quando stanno andando nella direzione giusta è fondamentale. Si gratificano e sono più motivate”.
Il welfare è un altro capitolo chiave. In Francia l’azienda paga almeno il 50% dei trasporti pubblici, nel suo caso (come in tanti altri) il 100%. Fornisce un’assicurazione sanitaria chiamata mutuelle che, insieme al sistema pubblico, rimborsa praticamente tutto. “Visite, farmaci, dentista, occhiali: dopo due o tre giorni hai tutto sul conto. Non devi compilare nulla”. Un abisso, rispetto alla sua esperienza italiana. Il vero tallone d’Achille di Parigi è l’immobiliare. Gli affitti sono altissimi, gli appartamenti piccoli. “Se vivi da solo difficilmente spendi meno di 1.200 euro al mese”. Lei convive con il compagno e divide le spese. Guadagna di più rispetto a Milano e, nel complesso, il rapporto affitto-stipendio resta sostenibile. A breve inizierà poi un executive master in finanza quantitativa. “In Italia sarebbe stato visto come qualcosa che ruba del tempo al lavoro. Qui sono stati tutti entusiasti”. La manager e persino il suo capo hanno voluto parlarne, guardare il programma, immaginare le opportunità future. “Mi hanno incoraggiata, è stata una sensazione bellissima”. Ludovica però non ha chiuso con l’Italia. “Sicuramente un giorno tornerò”. Ma difficilmente a Milano. “Dopo Parigi vedo troppi preconcetti sul lavoro, troppa rigidità”. E poi c’è la vivibilità: “Milano è molto inquinata e meno sicura”. Il desiderio di rientrare c’è, ma a una condizione: che la mentalità evolva. Perché, come dimostra la sua storia, non sempre i “cervelli in fuga” scappano. A volte, semplicemente, cercano solo di respirare.
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