Perché l’attacco iraniano contro Israele del 1° marzo è un crimine di guerra
Dopo quella sull’attacco statunitense contro la scuola di Minab, in Iran, Amnesty International ha pubblicato una nuova ricerca sui crimini di guerra in corso in Medio Oriente: questa volta sull’attacco iraniano che, il 1° marzo, ha colpito la città israeliana di Beit Shemesh, distruggendo una sinagoga e il rifugio antiaereo che vi si trovava sotto e uccidendo nove civili – quattro dei quali minorenni – e ferendone altri 46.
L’attacco è stato condotto con un missile balistico dotato di una enorme testata esplosiva: un’arma ampiamente imprecisa, il cui uso contro aree densamente popolate di civili è completamente inappropriato. Le immagini successive all’attacco mostrano la sinagoga rasa al suolo e ampi danni lungo un raggio di circa 500 metri.
More footage of the direct Iranian missile impact in Beit Shemesh, near occupied Al Quds. pic.twitter.com/myFZIjD6hc
— Thomas Keith (@iwasnevrhere_) March 1, 2026
Secondo il diritto internazionale umanitario, si è trattato di un attacco indiscriminato e dunque di un crimine di guerra.
Dalle ricerche di Amnesty International non è emersa alcuna prova della presenza di obiettivi militari legittimi nelle immediate vicinanze del luogo dell’attacco: il più vicino è una base militare nei pressi della città di Sdot Micha, circa tre chilometri e mezzo a ovest del luogo dell’impatto.
L’attacco ha ucciso nove civili: i fratelli Sara, Avigail e Yaakov Biton (rispettivamente di 13, 15 e 17 anni), Gariel Revah (16 anni); Oren Katz (46 anni); Sara Elimelech (67 anni) e sua figlia Ronit (45 anni); e Bruria Cohen (76 anni) e suo figlio Yossi (41 anni).
Il rabbino Yitzak Biton ha perso tre dei suoi figli. La mattina dell’attacco, aveva dato lezioni di Torah. Le sue due figlie Sara e Avigail hanno convinto l’altro figlio Yaakov a ripararsi nel rifugio antiaereo mentre il padre, la sua coniuge Tamar e la quarta figlia, Rachel di quattro anni, sono rimasti a casa, in un edificio attiguo alla sinagoga:
“Il tetto e il soffitto dell’abitazione sono crollati. Ho guardato fuori dalla finestra, la zona della sinagoga era in fiamme e c’era un intenso fumo nero. Avevo paura di muovermi. Poi mi sono fatto coraggio e sono uscito. La sinagoga era completamente distrutta e il rifugio sventrato: non era sicuro, non li ha protetti. Ho perso non uno, non due ma tre figli. Un giorno, improvvisamente, metà della mia famiglia non c’è stata più”.
Al momento dell’attacco Sarah Fanny Amar, 53 anni, si trovava nel rifugio:
“C’è stato un grande boato. Mi tenevo a una struttura di metallo, sopra di me. Prima dell’esplosione ero seduta, l’onda d’urto mi ha sbalzato via. Intorno a me c’erano solo buio e polvere. Il soffitto è crollato. Ho iniziato a camminare ma non vedevo praticamente nulla, andavo a tentoni. Camminavo sopra alle macerie e alle persone. Fuori c’era un incendio. Le automobili erano in fiamme. Mi sono diretta verso un punto in cui c’era dell’erba e lì sono svenuta. Ho riaperto gli occhi nell’ambulanza. Quando cadono queste bombe, non hai più voglia di vivere, di dormire, di mangiare. Non posso vivere in questo modo: neanche in un rifugio sei al sicuro. Conoscevo tutte le persone che sono state uccise”.
Nissim Edery, 31 anni, era seduto insieme a un vicino di casa a circa 100 metri dal luogo dell’attacco:
“Al momento dell’esplosione, l’onda d’urto mi ha sbalzato di quattro-cinque metri. Ho capito che era stato un missile. Mi sono diretto verso il luogo dell’esplosione, c’era un grande incendio, c’era tanto fumo. È stato inimmaginabile vedere quanta distruzione ha fatto quel missile. Conoscevo tre delle vittime, un fratello e due sorelle. Ho il cuore a pezzi. Siamo tutti disperati e distrutti”.
Reuven Harow, 56 anni, è un dirigente medico di un servizio di emergenza. È arrivato sul luogo dell’attacco dieci minuti dopo:
“Le persone erano piene di sangue e di ferite. Nessuno aveva capito il punto esatto dov’era caduto il missile, c’erano danni ovunque. C’erano corpi a pezzi: per ore alcune loro parti sono rimaste lì in terra. Persone prestavano i primi soccorsi a famiglie e amici che conoscevano da anni. Tutti si conoscono qui. Continuavo a dire ‘Non è possibile, non è possibile’. Era come se stessi guardando un film”.
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