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NCAA: rivoluzione in vista, cambierà la regola che impone la rinuncia ai montepremi

Il tennis potrebbe essere vicino a una svolta epocale che potrebbe mettere fine a una delle regole più antiquate e probabilmente più ingiuste attualmente condiziona la vita di un numero sempre crescente di giovani tennisti in giro per il tour.

Secondo quanto riportato da The Athletic/New York Times, la National Collegiate Athletic Association (NCAA), l’associazione che gestisce tutta l’attività sportiva a livello di college negli Stati Uniti, sarebbe in procinto di cambiare una delle sue regole che limita in maniera molto severa la possibilità di accettare prize money da competizioni professionistiche (come i tornei di tennis ATP, WTA e ITF, compresi gli Slam) per gli atleti che vogliono mantenere la propria eleggibilità a competere nelle competizioni di college.

Questo cambiamento è stato il risultato di una causa collettiva intentata due anni fa da due querelanti (cui poi se ne sono aggiunti altri) che chiedevano di poter incassare i premi in denaro vinti partecipando ai tornei del circuito.

La campionessa NCAA 2021 Reese Brantmeier della University of North Carolina e successivamente l’australiana Maya Joint (attualmente n. 31 del ranking WTA) della University of Texas at Austin si sono rivolte al tribunale per rovesciare la norma NCAA che consente ai tennisti che vogliono gareggiare nelle competizioni di college di poter incassare solo una parte dei premi vinti nei tornei pro.

La regola prevede che gli studenti-atleti possano intascare solamente fino a $10.000 (circa 8.600 euro) per coprire le spese “effettive e necessarie” sostenute nel torneo in cui la cifra è stata vinta, se questa vincita è arrivata prima di iniziare la carriera collegiale. Per i tornei cui invece si è partecipato successivamente all’inizio della carriera nel college, la cifra di $10.000 deve essere attribuita alla copertura delle spese annuali.

I soldi lasciati

Nella storia del tennis è capitato abbastanza frequentemente che giocatori, soprattutto statunitensi, decidessero di non ritirare il montepremi vinto in tornei anche importanti per non perdere la possibilità di ottenere borse di studio per il college. Per esempio, nel 1978 la 16enne Pam Shriver raggiunse la finale dello US Open perdendo poi da Chris Evert. Shriver rinunciò al montepremi di 19.000 dollari (circa 99.000 dollari attuali, o 86.000 euro) per non bruciarsi la possibilità di giocare a livello di college. Poi finì per passare professionista senza andare all’università, ma in quel momento era sensato mantenersi aperte entrambe le possibilità.

Stessa cosa accadde alla 15enne Cici Bellis, che allo US Open 2014, con la wild card conquistata in qualità di campionessa juniores, sconfisse la testa di serie n. 12 Dominika Cibulkova e poi venne sconfitta al secondo turno. Per tenersi aperta la strada del college, Bellis non incassò il premio di 60.420 dollari (circa 52.000 euro) per il secondo turno, e la USTA per cercare di compensarla almeno parzialmente, le fece un “upgrade” della camera d’albergo trasferendola in una delle suite più lussuose all’Hyatt Hotel di New York.

L’eccezione

Per venire a tempi più recenti, all’Australian Open 2026 lo statunitense Michael Zheng, finalista NCAA nel 2023 e 2024 rappresentando la Columbia University, ha dovuto valutare attentamente se incassare il premio di secondo turno per poter competere nel corso dell’ultimo anno a Columbia. Alla fine Zheng ha potuto riscuotere i 225.000 dollari australiani (circa 155.000 dollari americani, o 134.000 euro) facendo leva sull’eccezione che consente agli studenti dell’ultimo anno di calcolare le proprie spese annuali dopo il conseguimento della laurea, e quindi al riparto da restrizioni.

Non ci fu invece nulla da fare per Maya Joint, che nel 2024 vince quasi 200.000 dollari tra Australian Open e US Open prima di iniziare la carriera universitaria. L’australiana potè solamente coprire le proprie spese per quei tornei.

Pioggia di dollari sugli studenti-atleti

Questo ammorbidimento nei confronti di una qualche forma di pseudo-professionismo ha subito una notevole accelerazione nel corso degli ultimi anni da quando gli studenti-atleti che competono nelle competizioni di più alto profilo (football e basket) possono essere pagati direttamente dalle università, dopo che già da qualche tempo potevano ottenere contratti di sponsorizzazione sfruttando il proprio “N.I.L.”, ovvero “Name, Image and Likeness”, in sostanza la propria popolarità.

Ormai gli atleti-studenti possono passare da una università all’altra e alcuni riescono a spuntare cifre da capogiro, nei limiti degli oltre 20 milioni di dollari che le università ora possono legittimamente dedicare agli stipendi degli studenti (questo tetto non include gli emolumenti per allenatori e staff di supporto, che sono da sempre professionisti molto ben pagati) e nelle attività di revenue-sharing per “N.I.L.”

Con i giocatori di punta che possono incassare somme a sette cifre (anche se non ci sono dati ufficiali in proposito e si tratta ancora un Far West normativo in cui le regole sono in via di definizione), era ormai tempo che anche il tennis si adeguasse ai tempi che cambiano.

La nuova regola

Secondo le indiscrezioni riportate dal New York Times, la causa collettiva sarà patteggiata con un accordo che conferirà a Brantmeier e Joint una compensazione di $10.000 ciascuna, ma che prevederà il pagamento di tutte le spese processuali e non da parte della NCAA, per un totale di quasi 2,3 milioni di dollari (circa 2 milioni di euro).

La regola che impedisce ai futuri studenti di incassare premi in denaro prima dell’iscrizione al college sarà eliminata. Verrà istituito un fondo di 2 milioni di dollari per compensare tutti i tennisti-studenti facenti parte della causa collettiva che avevano dovuto rinunciare a prize money vinti durante gli studi a partire dal 2020.

Tuttavia, la regola relativa ai premi vinti durante la carriera universitaria rimane in vigore, e continua ad applicarsi per tutti gli studenti-atleti in attività al momento e in futuro. In ogni modo, il patteggiamento non conterrà elementi pregiudiziali relativi a questa norma, quindi è estremamente probabile che qualche altro studente-tennista, abbastanza presto, intenterà un’altra causa per eliminare anche questo ulteriore rudere di un anacronistico passato.

L’ipocrisia resiste

Quindi, almeno nel prossimo futuro, la NCAA rimarrà aggrappata a una situazione che vede stelle nascenti del basket e del football guadagnare milioni di dollari a stagione mentre conseguono la loro laurea, mentre i tennisti che sono abbastanza forti da potersi qualificare per Slam e Masters 1000 rimangono vincolati da norme che consentono di intascare solo fino a 10.000 dollari l’anno per la copertura delle spese.

Questo almeno fino a che la prossima causa legale non farà saltare anche l’ultimo bastione di “dilettantismo” rimasto nella realtà del tennis college.

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