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Invasione di parrocchetti a Roma, gli esperti lanciano l’allarme: “Colonizzano ogni buco, anche di tapparelle e finestre, si stanno moltiplicando senza controllo”

Alzando gli occhi al cielo nei parchi di Roma, la sensazione è spesso quella di trovarsi in una foresta tropicale anziché nel cuore della Penisola. Stormi chiassosi, voli rapidi e macchie di un verde brillante che sfrecciano tra i pini secolari e i cedri. Non è un’illusione ottica: la Capitale è ormai la casa fissa di migliaia di pappagallini esotici. Ma chi sono esattamente questi residenti piumati e come sono arrivati a dominare il cielo romano? A tracciare un quadro preciso di questo fenomeno è il professor Bruno Cignini, docente di Conservazione e Gestione della Fauna Urbana all’Università di Tor Vergata, che in una dettagliata intervista rilasciata a Fanpage ha svelato i retroscena di questa pacifica ma inarrestabile invasione.

L’esperto fa subito una doverosa precisazione, sfatando un mito comune: “Non appartengono a una, ma a due specie diverse, anche se spesso le persone non li distinguono”. Pur essendo entrambi verdi, sociali, estremamente vociferi e capaci di emettere suoni forti in volo per restare uniti, differiscono per origini e fisionomia:

  • Il parrocchetto monaco: originario del Sud America, è il più piccolo (circa 32-33 centimetri). Si riconosce per il petto, la gola e la fronte di colore grigio, una sfumatura che ricorda proprio il saio di un monaco. Costruisce il proprio nido intrecciando rametti, arrivando a formare enormi strutture “condominiali”, preferibilmente sui cedri del Libano.
  • Il parrocchetto dal collare: proveniente dall’Africa centro-settentrionale e dall’Asia, sfiora i 40 centimetri di lunghezza. È interamente verde con sfumature bluastre sotto la coda, ha un inconfondibile becco rosso e gli esemplari maschi presentano un caratteristico collarino scuro.

La loro storia urbana è affascinante e dimostra, ancora una volta, l’impatto dell’intervento umano sugli ecosistemi. Essendo specie alloctone, sono state introdotte in Italia inizialmente come animali da compagnia. I primi avvistamenti del parrocchetto dal collare a Roma, precisamente a Villa Pamphilj, risalgono alla fine degli anni Settanta. Ben più rocambolesca è la genesi della colonia dei parrocchetti monaci. Cignini racconta a Fanpage un aneddoto legato agli anni Ottanta, nella zona del parco della Caffarella: “Lì vicino c’era una grande voliera con dentro una cinquantina di parrocchetti monaci che vivevano in una sorta di semilibertà”, legati a un negozio di abbigliamento di nome Balloon. Quando l’attività commerciale chiuse i battenti, si consumò l’abbandono: “Quando il negozio ha fallito, invece di prendersi cura degli animali, li ha lasciati lì, con la voliera aperta e se ne è andato”. Dotati di intelligenza, adattabilità e di una notevole resistenza al freddo invernale, i volatili hanno proliferato.

Oggi, tuttavia, la loro massiccia presenza (che si estende in misura minore anche in Campania, Puglia e in alcune aree del Nord Italia come Milano e Cuneo) rappresenta una seria minaccia per la biodiversità locale. Il parrocchetto dal collare si sta rivelando particolarmente invadente: nidificando all’interno di cavità preesistenti, ha letteralmente sfrattato le specie autoctone come storni, cinciarelle, cinciallegre e picchi. “Ora si stanno spostando ancora, colonizzando anche le cavità artificiali, degli edifici, come quelle che ospitano le tapparelle alle finestre“, avverte il professore, sottolineando un dato emblematico: “Oggi tutte le cavità del Colosseo sono occupate dai parrocchetti”.

Oltre allo squilibrio ornitologico, si profila un rischio concreto per il settore agricolo. Gli stormi, ghiotti di vegetali, germogli e frutti, si stanno progressivamente spingendo dal centro urbano verso le campagne limitrofe. L’allarme riguarda soprattutto aree ricche di coltivazioni come Maccarese, dove l’arrivo in massa dei parrocchetti potrebbe causare danni economici ingenti.

Allontanarli, una volta insediati, è difficilissimo. Cignini riporta a Fanpage alcuni tentativi di disturbo non letale effettuati con l’amministrazione comunale (come l’uso di luci per infastidire un grosso dormitorio in via Andrea Doria), ma si tratta di sperimentazioni in divenire. La prospettiva futura è chiara: “Sicuramente, se dovessero continuare ad espandersi diventando un problema, dovranno essere le istituzioni a prendere le redini della situazione”. Una gestione che richiederà un tavolo congiunto tra Comuni, Regioni, l’Ispra e le associazioni animaliste, per affrontare una colonizzazione ormai divenuta strutturale.

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