Giovanni Allevi: “Ho toccato il fondo dopo la chemio: pesavo 63 chili, ero in bilico tra la vita e la morte. La malattia mi ha lasciato segni indelebili, dicono che non vivrò a lungo ma non ci credo”
“Bene, sono felicissimo di essere qui, sono emozionato. La malattia mi ha lasciato nel corpo dei segni indelebili: dolore cronico alla schiena, ho due vertebre compromesse, tremore alle dita e formicolio, ho freddo all’improvviso e qualche volta una profonda, perenne stanchezza”. Inizia così, con una schiettezza che non fa sconti alla crudezza del dolore, la toccante confessione di Giovanni Allevi nel salotto pomeridiano di Verissimo. Ospite di Silvia Toffanin nella puntata del 4 aprile 2026, il celebre pianista e compositore marchigiano ha ripercorso a cuore aperto la sua battaglia contro il mieloma multiplo, il tumore del sangue diagnosticatogli nel 2022 che lo ha costretto a un lungo percorso di cura. Un calvario che ha piegato il suo corpo, ma non è riuscito a scalfire il suo spirito.
Nel raccontare le fasi più buie della sua degenza oncologica, Allevi ha condiviso il momento esatto in cui ha trovato la forza di non arrendersi: “Ho avuto un’intuizione nel momento più duro della degenza oncologica, quando ho toccato il fondo dopo la chemio: pesavo 63 chili“, ha confidato. “Le terapie sembravano non fare effetto, mi trovavo in bilico tra la vita e la morte. Lì mi sono fatto una domanda: ma chi sono io? Cosa sono? Sono questo dolore, questa malattia, questa sofferenza? Sono tutto questo o c’è da qualche parte, dentro di me, un’altra dimensione che non si fa toccare da niente?”. In quell’abisso è nata la sua personalissima illuminazione: “Lì ho intuito che anche nella disperazione, dentro di me, c’è un io invisibile che non si fa toccare da niente. Ancora oggi, quando affronto un momento di difficoltà o di sconforto, mi ripeto: la sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo”.
In questa ricerca costante della luce, a salvarlo dall’isolamento è stata la sua inseparabile compagna di vita: “Non si può non avere speranza. La speranza è credere nel lieto fine e nessuno può togliercelo, perché nessuno può sapere cosa ci sarà nel futuro”, ha affermato con voce ferma. “Nei momenti della degenza, nella solitudine, io ho avuto un’ancora: la composizione musicale. Mi ha aiutato. È sul letto d’ospedale che ho composto un concerto per violoncello e orchestra. Ho composto una musica in quei giorni, un concerto che comincia con sette note che sono la trasformazione in musica delle sette lettere della parola ‘mieloma’”. Un escamotage artistico ed emotivo: “Una follia, l’ho fatto per illudermi di avere la meglio sulla malattia. Come se portassi la partitura in offerta sull’altare del mostro incurabile, con lo scopo di ammansirlo”.
Il mieloma assume infatti, nelle parole del compositore, le sembianze di una belva con cui dover fare costantemente i conti: “Io quel mostro l’ho guardato negli occhi, non mi sono fatto intimidire: gli ho fatto le carezzine sotto al mento. Lui si è addormentato facendo fusa spaventose”, ha spiegato Allevi ricorrendo a un’immagine poetica e potentissima. “Il mostro si è addormentato. Ora vivo pericolosamente. Io so benissimo che da un momento all’altro potrebbe svegliarsi all’improvviso e mangiarmi in un sol boccone, ma finché dorme io vivo pericolosamente”.
La consapevolezza della natura cronica del male non gli impedisce di lottare: “Devo continuare le cure per tutta la vita. È una malattia cronica, devo continuare sperando che non si svegli di nuovo”. Un pellegrinaggio terapeutico che lo ha unito a doppio filo agli altri malati oncologici: “Questo però mi mette in contatto con una realtà, l’istituto dei tumori, che considero un luogo sacro. Lì ci sono i guerrieri e le guerriere, io così li considero. E siccome anche io continuo a vivere la stessa situazione, nutro per loro un affetto profondo e una nobile ammirazione”. Ricordando un episodio vissuto in corsia, Allevi si è commosso: “Un giorno, mentre ero in fila per fare le terapia, dalle persone che erano lì con me è partito un applauso. Mi ha sorpreso. Avevo un nodo in gola. Avrei voluto dire che quell’applauso è per tutti loro. Nella mia carriera di applausi ne ho ricevuti tanti, ma quello lo porto nel cuore”.
Oggi Allevi è tornato a esibirsi in giro per il mondo, affrontando sfide fisiche imponenti. Ripensando ai primi live post-malattia, ha confessato: “A Buenos Aires è andata bene, ma sono arrivato a Stoccarda in stato pietoso. Mi sono avvolto in un piumone un’ora come una crisalide facendo respirazione. Il concerto è iniziato, al terzo brano è arrivata un’ondata di tremore e ho stretto i denti”. Eppure, a chi cerca di tracciare il suo percorso clinico basandosi sui numeri, lui risponde opponendo la forza travolgente della vita: “Il mio domani non può spingersi troppo in là nel futuro, dicono le statistiche, ma io non ci credo. Il mio domani è diventato un presente allargato, io voglio vivere con intensità. Questo mi permette di vivere ogni attimo che mi viene regalato come se fosse un miracolo. Senza il buio della malattia non sarei arrivato a questa consapevolezza”.
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