ATP Miami, Lehecka: “I miei genitori non hanno mai avuto l’ambizione che vincessi uno Slam a 18 anni”
Miami è per Jiri Lehecka la città della prima finale in un Masters 1000.
A due anni di distanza dall’unica semifinale in un torneo di questa categoria, il ceco riscatta il ritiro di Madrid e proverà a negare a Jannik Sinner il Sunshine Double.
Se la prestazione contro Arthur Fils può far ben sperare Lehecka, i precedenti a senso unico contro l’azzurro lo obbligano al miracolo tennistico. Il servizio che ha ottimamente figurato nell’arco della competizione – in cinque match non ha mai subito break – dovrà continuare a performare a livelli d’élite contro una delle migliori risposte del circuito.
Jiri è alla settima finale ATP della carriera e proverà a fregiarsi del terzo titolo, che sarebbe il più importante e il primo lontano dall’Australia, dopo Adelaide 2024 e Brisbane 2025.
Lehecka: “Il lavoro sulla continuità sta ripagando. Ho ancora spazio per migliorarmi”
La prima semifinale ‘1000’ si era conclusa con un infortunio alla schiena che lo ha poi tenuto lontano dal campo per più di tre mesi, precludendone il 2024.
La scorsa stagione è tornato con alcune incursioni ad alti livelli, su tutte i quarti di finale dello US Open, ma è stata la continuità a limitarne l’ascesa.
Con la finale di Miami Lehecka ritoccherà il best ranking, innalzandosi almeno fino alla posizione numero 14, con la prospettiva di avvicinarsi ancor di più alla top 10 in caso di trionfo – si posizionerebbe al 12esimo posto, negando, tra gli altri, a Flavio Cobolli il miglior piazzamento della carriera al numero 13.
“Prima della stagione non credo che ci fossimo fissati degli obiettivi particolari, però per noi era molto importante migliorare la continuità, non solo in partita, ma soprattutto in tutti i giorni di allenamento e nelle cose fuori dal campo” spiega Lehecka in conferenza stampa. “Su questo mi sono concentrato molto, e ho messo una quantità davvero grande di lavoro di qualità nella preparazione. Anche se il primo mese dell’anno non è stato molto positivo per me, io e il mio team sapevamo e sentivamo che a gennaio non era destino, ma che quello era il lavoro con cui volevamo continuare”.
“Puoi avere una giornata storta, puoi avere un giorno in cui non ti senti al 100%, ma in quella giornata devi comunque spingere per arrivare a fine giornata con la sensazione di aver fatto tutto quello che potevi” prosegue, soffermandosi poi sulla prova offerta contro Fils. “Penso che ci sia sempre margine di miglioramento. È quello che penso. E lo sento anche nel mio gioco, ed è molto positivo avere questa sensazione: anche se oggi ho giocato una partita molto buona, sento e so che c’è ancora spazio per migliorare alcune cose”.
Tra gli infortuni e il sogno di emulare Mensik a Miami, Lehecka: “Il tennis è più fisico che mai”
Lehecka spera di poter succedere a Jakub Mensik nell’albo d’oro del Miami Open. Il giovane connazionale è sbocciato in Florida e adesso è alla ricerca di una stabilità di risultati e di condizione fisica.
Proprio di infortuni parla Jiri.
“Il più grande infortunio che ho avuto è arrivato due anni fa a Madrid, quando ho avuto una frattura da stress a una vertebra e non è stata una bella esperienza” ricorda. “Sono stato fermo per tre mesi. Praticamente non potevo fare alcun tipo di movimento. È stato un periodo duro. Non è stato facile, perché sono una persona molto attiva, anche quando non gioco a tennis mi piace muovermi, mi piace essere attivo”.
In quel frangente è stato importante non affrettare il rientro, nonostante la smania di tornare a sentirsi un tennista.
“Sapevo che dovevo tornare solo nel momento in cui non avrei avuto più dubbi sul fatto di poter fare questo o quel movimento. Sapevo che avrei dovuto essere più prudente all’inizio di tutti i movimenti, perché stavo ripartendo praticamente da zero. Non è stata una decisione facile, perché mi sentivo già abbastanza bene” ammette. “Ho dovuto rinunciare alle Olimpiadi, e questo è stato doloroso per me. Non ho giocato il Roland Garros, non ho giocato Wimbledon, ed è successo praticamente poco dopo il mio ingresso in top 30. Avevo raggiunto la mia prima semifinale a Madrid. Non è stato semplice”.
Segue poi una fotografia del tennis attuale, con l’immancabile analisi sul calendario tennistico. “Questi infortuni sono qualcosa che disturba praticamente ogni giocatore. Fanno parte del gioco. Il tennis è più fisico che mai, secondo me. Le partite sono più lunghe, l’intensità è molto alta. Quindi penso sia molto importante trovare anche un certo equilibrio con il calendario che abbiamo. Siamo costretti, e saremo costretti, tutti i giocatori a saltare alcuni tornei per preservare il corpo e sentirci al 100% il più possibile“.
Le origini di una passione che fino all’adolescenza ha convissuto con altre discipline
Infine, incalzato da un giornalista, Lehecka racconta di come si è avvicinato alla racchetta. Lo sport è una passione di famiglia, anche se nessuno si era mai approcciato al tennis in via professionistica. La vicinanza al circolo del paese d’origine ha fatto il resto.
“Devo dire che mia sorella ed io veniamo da una famiglia umile. Mio padre è stato nuotatore professionista quando era giovane. Mia madre faceva atletica leggera, ma non ad alto livello. Entrambi poi sono diventati insegnanti. Questo è il mio background” spiega. “Vivevamo in un piccolo paese a 30 minuti a nord di Praga. I miei nonni vivevano accanto a noi. Avevamo due campi da tennis proprio davanti a casa e vedevo mio nonno, mia sorella e i miei genitori che andavano ogni tanto a giocare a tennis, e io, da piccolo, volevo semplicemente fare la stessa cosa che facevano loro“.
L’amore per il tennis è sbocciato nell’immediato, anche se il piccolo Jiri non si è risparmiato svariati anni diviso tra più di una disciplina. “È così che ho iniziato a giocare. È una storia simpatica. Però praticavo tutti gli sport quando ero piccolo. I miei genitori non hanno mai voluto che mi specializzassi in uno sport solo. Per loro era fondamentalmente solo un hobby fino ai 14–15 anni. Per loro la scuola è sempre stata la priorità e lo sport era sempre solo qualcosa che facevo perché mi piaceva” evoca il ceco. “I miei genitori non sono mai stati quel tipo di genitori super ambiziosi che guardano il figlio a nove anni e lo immaginano a diciotto a vincere Slam. Non erano così. Volevano che facessi sport perché è una cosa positiva, perché fa bene alla salute e perché è uno stile di vita sano”.
I ricordi sono accompagnati da un sorriso, soprattutto quando Lehecka rammenta di essere in finale a Miami. “A volte, quando ci penso, è divertente essere seduto qui ora, ma è così che è andata. E si vede che esistono anche altre strade per avere successo nello sport, invece della specializzazione precoce“.
“Giocavo a calcio, andavo in bici, nuotavo, correvo. Ho fatto sci di fondo, sci alpino, praticamente tutte le basi. Non ho mai fatto nulla a livello professionistico, ma so fare praticamente tutto a livello basilare” conclude il numero 22 del mondo. “E credo che questo mi abbia aiutato a conoscere meglio il mio corpo. Quando avevo 10–12 anni il tennis non era l’unica cosa che sapevo fare, quindi sono contento che i miei genitori abbiano scelto questa strada. Penso che sia un buon modo di crescere i bambini”.