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“Altri 10.000 soldati Usa verso l’Iran”. La mossa di Trump per alzare il “potere contrattuale” con gli ayatollah

Altri 10.000 soldati di unità da combattimento da schierare sul fronte del conflitto con l’Iran. L’indiscrezione, rilanciata dal Wall Street Journal, è confermata anche dal media Axios, solitamente bene informato sugli scenari di crisi in Medio Oriente. Con questo ulteriore rafforzamento, il numero dei militari americani salirebbe a 17.000, compresi i 5.000 marines e i 2.000 paracadutisti dell’82esima Divisione aviotrasportata, già inviati nella regione. Le truppe aggiuntive includerebbero fanteria, veicoli corazzati e supporto logistico – secondo quanto scritto dal Wsj – osservando che, comunque, si tratta di un numero di gran lunga inferiore ai 150.000 soldati che gli Stati Uniti hanno schierato nel marzo 2003 per invadere l’Iraq, un paese molto più piccolo dell’Iran sia in termini di superficie che di popolazione.

Dunque, almeno in apparenza, il movimento di truppe ipotizzato dal quotidiano americano e attribuito al Pentagono avrebbe più lo scopo di fare pressione sul regime sciita, più che preparare una vera e propria incursione dentro l’Iran. C’è da considerare che lo stesso presidente Trump continua a ripetere che colloqui con la dirigenza iraniana sono in corso per trovare un accordo e porre fine alla guerra. Tuttavia, i funzionari iraniani non hanno ancora acconsentito a un incontro di alto livello con gli Stati Uniti perché – secondo diversi media – gli ayatollah sospettano che la via diplomatica tracciata da Washington sia solo un altro stratagemma per poi dare spazio ai cannoni.

Rimanendo però alla notizia dell’invio di altre 10.000 unità da combattimento, diversi esperti militari americani disegnano scenari di operazioni circoscritte; non si tratterebbe, dunque, di una invasione su larga scala dell’Iran, ma di operazioni mirate e a tempo limitato.

Ruben Stewart, ricercatore senior per la guerra terrestre presso l’International Institute for Strategic Studies (IISS), ha detto alla Cnbc che il numero di militari statunitensi in procinto di essere schierate non è compatibile con una campagna di terra prolungata.

Daniel Davis, tenente colonnello in pensione, sempre alla Cnbc ha dichiarato in merito alle forze già mobilitate: “Sono sufficienti a catturare un piccolo obiettivo per un certo periodo di tempo. Bisogna capire che l′82ª Divisione Aviotrasportata è una forza di reazione immediata, progettata per fornire una risposta molto rapida sul terreno, ma solo in previsione di un attacco più massiccio in arrivo. Non ho visto alcuna prova che sia stata presa in considerazione l’invio di una forza di dimensioni considerevoli, tanto meno che sia stata allertata, preparata, equipaggiata e addestrata come sarebbe necessario. Tutto ciò richiede mesi di tempo”.

L’ex ufficiale ha anche indicato tre possibili obiettivi: l’isola di Qeshm, al largo della costa meridionale dell’Iran:si tratta dell’isola più grande del Golfo Persico. Qui si troverebbe la base sciita dotata di missili antinave, mine, droni e imbarcazioni d’attacco. Il secondo obiettivo potrebbe essere l’isola di Kharg, tassello fondamentale dell’industria petrolifera iraniana. Il terzo obiettivo sarebbe quello di mettere in sicurezza le scorte iraniane di materiale nucleare. Ma, al momento, le opinioni sembrano comuni: anche inviando altri 10.000 soldati, l’intento di Trump sarebbe quello di aumentare la sua “forza contrattuale” con gli ayatollah, piuttosto che imbarcarsi in una missione incerta e sanguinosa.

L'articolo “Altri 10.000 soldati Usa verso l’Iran”. La mossa di Trump per alzare il “potere contrattuale” con gli ayatollah proviene da Il Fatto Quotidiano.

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