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L’esito del referendum è una crepa nel sistema: ora le opposizioni devono chiarirsi almeno cinque obiettivi

Il referendum ha respinto la riforma della giustizia, con circa il 54% di No e un’affluenza intorno al 59%. Il dato più interessante è che i giovani, in massa, si sono espressi contro la proposta del governo e, con loro, molti che di solito non votano: non per sostenere qualcuno, ma per fermare qualcosa. Si sono trovati d’accordo con le opposizioni, ma solo per dire No, non per dire sì a un programma, visto che la proposta era semplicemente di lasciare le cose come sono.

L’esito del referendum non è stato una vittoria dell’opposizione, ma una crepa nel sistema. Se le opposizioni la vogliono trasformare in qualcosa di più, devono fare una cosa semplice da dire e difficile da fare: chiarirsi idee e obiettivi. Non basta unirsi in cartelli e formule elettorali unitarie. È il contenuto.

Oggi i vari rappresentanti dell’opposizione hanno posizioni incompatibili su quasi tutti i temi decisivi: per questo gli elettori intermittenti non si fidano e, quindi, non votano. Il referendum ha mostrato che esiste uno spazio politico reale, fatto di persone che rifiutano l’offerta attuale e che, quando percepiscono un rischio, si attivano. Dire No non basta: bisogna offrire opportunità. Quel blocco sociale ha alcune caratteristiche precise, e i temi su cui si muove sono molto concreti.

1. Il primo è la guerra. Esiste una domanda diffusa di discontinuità rispetto alla logica del riarmo, basata sulla consapevolezza che le risorse pubbliche stiano cambiando direzione, dal welfare al warfare. Su questo punto l’opposizione è divisa e, quindi, non è credibile.

2. Il secondo è il reddito. Il lavoro povero è oramai la regola. Il salario minimo e il reddito di cittadinanza sono tentativi, imperfetti quanto si vuole, di rispondere a una realtà materiale. Ma anche qui l’opposizione è incoerente. Oscilla, corregge, arretra. E ogni oscillazione erode fiducia.

3. Il terzo è la precarietà, soprattutto giovanile. Il voto ha mostrato una cosa evidente: chi ha meno di quarant’anni vive in un altro Paese rispetto a chi decide. L’emigrazione è una necessità, più che una scelta. E questo produce una domanda politica fortissima: non solo lavoro e salario, ma riconoscimento e futuro.

4. Il quarto è il ruolo dello Stato. Le privatizzazioni sono state raccontate come una modernizzazione. In molti casi sono state una rinuncia. Sanità, infrastrutture, servizi essenziali: la percezione diffusa è di un peggioramento. La proposta non può essere “più Stato”, ma “uno Stato che funziona”. E questo richiede competenza, non slogan.

5. Il quinto è la transizione ecologica. Anche qui il problema non è l’obiettivo, ma la priorità. Se la percezione è che le risorse vadano alla guerra invece che alla riconversione ecologica, il consenso si sposta. Perché il tema non è l’ambiente in sé, ma il futuro che rende possibile.

Questi cinque punti sono una domanda sociale che, oggi, stenta a trovare una risposta coerente. Qui sta il problema, perché chiarirsi idee e obiettivi significa scegliere, e scegliere significa escludere. Vuoi stare su una linea atlantista e sostenere il riarmo? Allora perdi chi chiede discontinuità. Vuoi difendere il reddito e intervenire sul lavoro povero? Allora devi rompere con una parte della tua storia recente. Vuoi criticare le privatizzazioni? Allora devi spiegare perché le hai fatte, visto che sono stati politici di “sinistra” ad attuarle.

Non si può tenere assieme tutto e il contrario di tutto. Le elezioni non funzionano come il referendum. Il voto referendario rischia di essere effimero, perché chi si è mobilitato lo ha fatto per dire No. Non per dire sì a qualcuno. Si è trovato all’opposizione, senza essere dentro l’opposizione. Se questo rifiuto non diventa una proposta coerente, accadrà quello che accade da anni: una fiammata, e poi il ritorno all’astensione. Perché oggi il partito più forte in Italia non è a destra o a sinistra: è quello di chi non vota. E quando quel partito decide di votare, gli equilibri si spostano. O le opposizioni diventano una cosa sola, oppure non vincono, perché una piattaforma comune non può essere sostenuta da identità incompatibili. Il problema non è come si mettono insieme perché, così come sono, non stanno insieme.

I partiti ora all’opposizione potrebbero copiare la destra, abbracciando ognuno uno o più punti specifici e sostenendoli assieme, ciascuno con la propria identità. Forza Italia aveva in programma la riforma della giustizia, Fratelli d’Italia il premierato, la Lega l’autonomia differenziata. I tre obiettivi sono stati sostenuti da tutta la coalizione, come ha dimostrato la discesa in campo del presidente del Consiglio a favore di una riforma che non era la bandiera del suo partito. In questo le destre si sono dimostrate coerenti, con i risultati che conosciamo.

Le sinistre dovrebbero elaborare una strategia coerente, non continuare a muoversi per tattiche disconnesse. Gli obiettivi della destra non hanno convinto la maggioranza dei votanti, ma quella maggioranza non si trasformerà automaticamente in consenso per l’opposizione. Per portarla al voto non basta opporsi. Bisogna rappresentarla. Altrimenti, quel voto tornerà dove sta di solito: nell’astensione.

Nota: il referendum dice che i politici non sono al di sopra della legge e che, se la infrangono, la Magistratura ha il dovere costituzionale di intervenire.

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