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Referendum, il day after: questo No non ha difeso la giustizia ma l’immobilismo

Il referendum sulla giustizia è andato male. E con lui si è fermata, ancora una volta, una riforma che questa Nazione aspetta da troppo tempo. Dai tempi di Enzo Tortora. Da quando un uomo innocente insegnò all’Italia che l’ingiustizia può distruggere anche le carriere più limpide e specchiate. Si poteva fare un passo avanti ma non è accaduto.

La separazione delle carriere, dopo i rituali passaggi in Parlamento, è stata approvata e ha trovato in un primo momento, almeno stando ai sondaggi, il favore degli italiani.
Poi il dibattito si è sporcato, sono state fatte semplificazioni estreme fino alla definitiva contesa fra tifoserie avverse. Ed è lì che gli italiani hanno, forse, perso di vista il merito della riforma. Succede, quando temi complessi non riescono ad arrivare con la stessa forza con cui partono.

Ma c’è una cosa che va detta con chiarezza. Quella platea di oltre 12 milioni di italiani (46,3%) che hanno votato SÌ non è fatto di indagati, imputati o “massoni deviati”, come qualcuno ha provato a raccontare. È fatto di persone per bene. Cittadini consapevoli, che hanno fatto una scelta. Cittadini che meritano grande rispetto, esattamente come chi ha votato NO. Perché la democrazia non è delegittimare chi la pensa diversamente. È confrontarsi senza paura.

Il punto vero, però, resta un altro. Se ogni tentativo di riforma della giustizia viene bloccato da muri ideologici e ogni proposta si trasforma in scontro, non stiamo difendendo la giustizia. Stiamo difendendo l’immobilismo. Oggi ha vinto il NO, gli italiani si sono espressi e il popolo sovrano va solo rispettato. La questione però resta lì. E prima o poi tornerà. D’altronde, fino a ieri, era una priorità anche per chi oggi ha votato no. Perché la riforma della giustizia non è una bandiera. È una necessità.

Un ringraziamento a tutti i comitati per il Sì, ai colleghi, ai magistrati, ai docenti universitari, ai cittadini che si sono impegnati e che hanno avuto il merito di mantenere al centro il merito della riforma, senza cedere alla tentazione dell’ideologia o delle fake news.

Si è poi creata una rete di competenze, esperienze e professionalità che non può andare dispersa. Ed è da qui che bisogna ripartire. Perché le riforme vere non si esauriscono in una consultazione. Maturano nel tempo. Crescono nel confronto. Tornano quando il Paese è pronto ad affrontarle fino in fondo.

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