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Referendum Giustizia: tutti i nomi della sinistra che votano «Sì» (contro la linea Schlein)

Il magistrato Costanzo Cea non è certo un uomo che si possa liquidare come un simpatizzante della destra giudiziaria. Per anni iscritto al Pci, cresciuto in una tradizione politica che storicamente ha guardato con diffidenza alla separazione delle carriere, oggi annuncia che al referendum sulla riforma della giustizia voterà “Sì”. Lo fa con una motivazione che pesa più del gesto politico e che richiama insieme Costituzione e storia dell’ordinamento giudiziario italiano. «Se il giudice deve essere davvero terzo», spiega, «non può condividere lo stesso organo di autogoverno con una delle parti del processo».

Ma Cea ricorda anche un dato spesso rimosso nel dibattito pubblico: l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è un principio nato con la Costituzione repubblicana. Al contrario, deriva dall’ordinamento giudiziario del 1941, la riforma voluta dal guardasigilli Dino Grandi nella fase pienamente totalitaria del fascismo, che unificò le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti all’interno dello stesso ordine. Un assetto pensato in un contesto politico in cui il controllo dello Stato sulla giustizia era parte integrante del sistema.

Le radici fasciste dell’ordinamento e la necessità del cambiamento

Per questo, sostiene Cea, la discussione odierna sulla separazione delle carriere non dovrebbe essere letta come una rottura con la tradizione costituzionale, ma piuttosto come un tentativo di correggere una struttura istituzionale che nasce in quella stagione storica. In poche parole: il principio della terzietà, quello che la Costituzione richiama nel giusto processo, non può restare una formula astratta. Deve avere una conseguenza istituzionale. E quella conseguenza, per Cea, è proprio la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica.

Il suo intervento è soltanto l’ultimo segnale di un fenomeno che sta attraversando la sinistra italiana: una parte non marginale del mondo progressista si prepara a votare “Sì” al referendum sulla giustizia, in aperto contrasto con la linea ufficiale del Partito democratico. Non è un fronte organizzato, non ha una leadership politica, ma ha un tratto comune: considera il referendum una scelta di merito istituzionale, non un giudizio sul governo di Giorgia Meloni.

È lo stesso argomento che ritorna nelle parole del costituzionalista Stefano Ceccanti, uno dei riferimenti più autorevoli dell’area riformista del centrosinistra. Per Ceccanti il punto non è difendere o attaccare il governo, ma portare alle conseguenze logiche una scelta fatta dal Parlamento oltre vent’anni fa, quando fu approvata la riforma costituzionale del giusto processo.

Una riforma necessaria

«Quando si dice che il giudice deve essere terzo», avverte, «non può esistere un unico Csm che governa insieme giudici e pubblici ministeri». È una contraddizione che nasce proprio con il nuovo articolo 111 della Costituzione, quello che definisce il processo come un confronto tra parti davanti a un giudice imparziale. Se il pubblico ministero non è una parte, osserva Ceccanti, allora non siamo dentro la logica del giusto processo. Se invece è una parte, allora la separazione delle carriere diventa quasi inevitabile.

Ceccanti insiste anche su un altro punto spesso rimosso nel dibattito politico: la riforma non nasce oggi. «Quando il Parlamento votò il giusto processo nel 1999», ricorda, «era chiaro che prima o poi si sarebbe dovuto intervenire anche sul sistema disciplinare e sull’assetto del Csm».

In altre parole, l’attuale riforma non è una rottura ma il completamento di un percorso costituzionale avviato da tempo. «Si possono discutere le soluzioni tecniche», concede il costituzionalista, «ma non si può mettere in dubbio che questi problemi esistessero e che una riforma fosse necessaria». Attorno a questa lettura si sta formando una rete sorprendentemente ampia nel campo progressista. Tra i sostenitori del “Sì” c’è l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, che richiama la necessità di rafforzare la terzietà del giudice, insieme a studiosi e riformisti come Tommaso Nannicini, convinto che il nodo non sia l’indipendenza dei pubblici ministeri ma l’equilibrio tra accusa e giudizio nel modello accusatorio.

La rete progressista per il Sì tra Milano e la Lombardia

Tra gli amministratori del centrosinistra lombardo il dibattito è diventato esplicito. Il consigliere regionale Pietro Bussolati, esponente del Pd, ha annunciato che voterà “Sì” «pur nel rispetto della linea del partito», rivendicando una scelta personale legata alla necessità di ridurre il peso delle correnti nella magistratura.

Una posizione condivisa da diversi progressisti milanesi riuniti nelle ultime settimane in iniziative pubbliche a favore del referendum. Tra loro la costituzionalista Marilisa D’Amico, l’avvocato penalista Vinicio Nardo, gli avvocati Mirko Mazzali e Annalisa Imparato. Mazzali, storico esponente della sinistra milanese, legale del Leoncavallo e di tanti antagonisti spesso arrestati durante le manifestazioni, spiega così la sua scelta: «Voto “Sì” perché non è un voto sul governo Meloni. Se lo fosse voterei “No”. Qui si parla di separazione delle carriere, una battaglia delle Camere penali che dura da trent’anni. È una riforma che appartiene anche alla cultura della sinistra: il giudice, oltre che indipendente, deve apparire terzo».

Attorno a questo nucleo si muove una rete di amministratori e figure civiche: Alessandro Enginoli, Ilaria Li Vigni, Marco Brenelli, Stefania Bariatti, Lisa Noja, Giovanni Cominelli, Silvia Brena, Simona Viola, Michele Salvati, Patrizia De Grazia, Edoardo Croci, Marta Tamborini, Benedetto Della Vedova, Grazia Callipari, Paolo Costanzo, Mila Grujovic, Giannamaria Radice, Erminio Quartiani, Paola De Pascalis, insieme al deputato Ivan Scalfarotto e al leader civico Michele Usuelli. A Milano per il “Sì” c’è anche Sergio Scalpelli, ex Pci poi assessore con Gabriele Albertini, che dice: «La riforma della giustizia rende l’Italia più moderna e rompe il potere delle correnti».

Una tradizione garantista da Matteotti a Falcone

Del resto, l’idea che la separazione delle carriere appartenga solo alla destra è storicamente infondata. Nel campo progressista la sostengono da tempo figure come Emma Bonino, erede delle battaglie radicali di Marco Pannella, e l’ex magistrato di Mani Pulite Antonio Di Pietro, secondo cui «il pubblico ministero non ricerca la verità, ma il colpevole». Anche nell’area riformista del centrosinistra il tema è stato discusso a lungo: da Goffredo Bettini a Claudio Petruccioli, da Enrico Morando al governatore Vincenzo De Luca, fino a giuristi e dirigenti come Giovanni Pellegrino, Cesare Salvi, Luciano Violante e Franco Bassanini. Un dibattito che attraversa da decenni la cultura politica della sinistra italiana.

Persino un avvocato della sinistra radicale come Giuliano Pisapia arrivò a sostenere posizioni molto simili a quelle oggi discusse. Nel 2008 l’ex sindaco milanese scrisse insieme all’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio il libro In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Un confronto che all’epoca sembrò quasi un esperimento politico: un magistrato liberale e un avvocato di sinistra che discutevano insieme delle riforme necessarie alla giustizia italiana. Nel libro Pisapia usò una metafora destinata a tornare nel dibattito pubblico: «Guardo con sfavore a un arbitro che possa indossare una volta la casacca nera e l’altra la divisa del giocatore». Un modo semplice per spiegare perché la distinzione tra giudice e pubblico ministero rafforza la fiducia dei cittadini nella giurisdizione.

Nordio, da parte sua, sosteneva che «il passaggio automatico da una funzione all’altra mina la percezione di imparzialità della giurisdizione». Ma entrambi mettevano un punto fermo: la separazione delle carriere non deve mai trasformarsi in subordinazione del pubblico ministero al potere politico. «È imprescindibile garantire l’indipendenza assoluta del pm dall’esecutivo», scrivevano. Quella riflessione, nata quasi vent’anni fa, torna oggi di attualità anche perché il dibattito è spesso segnato da una certa amnesia storica.

Il nome di Giovanni Falcone, il magistrato ucciso dalla mafia nel 1992, viene spesso evocato per difendere l’unità della magistratura. Eppure Falcone non era contrario alla separazione delle carriere: riteneva che distinguere tra accusa e giudice fosse compatibile con un processo moderno e garantista. Un precedente ancora più sorprendente arriva dalla storia della sinistra. Il socialista Giacomo Matteotti, prima di diventare il simbolo dell’opposizione al fascismo, assassinato nel 1924, fu un raffinato avvocato penalista e sostenne la necessità di distinguere nettamente tra funzione requirente e funzione giudicante, come garanzia contro ogni arbitrio. Il referendum rivela così una frattura nel centrosinistra: mentre Elly Schlein guida il Pd sul “No”, una parte della stessa tradizione riformista della sinistra si prepara a votare “Sì”, ricordando al partito che la cultura garantista non nasce nei palazzi del potere ma nella storia della sinistra italiana.

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