Добавить новость


World News in Italian


Новости сегодня

Новости от TheMoneytizer

Jürgen Habermas, l’ultimo filosofo del Novecento

di Federico Oliveri*

Jürgen Habermas è stato, per molti aspetti, l’ultimo filosofo del Novecento. Non tanto perché ha attraversato i momenti cruciali della seconda metà del secolo, ma soprattutto perché, su questi momenti, è intervenuto criticamente in veste di intellettuale pubblico. La differenza col nostro tempo non consiste, come a volte si crede, nella semplice scomparsa di simili figure, ma nel fatto che queste non vengano più ascoltate, siano sommerse in un flusso caotico di parole e immagini, o siano indotte a diventare personaggi da talk show o influencer da social media.

Nato a Düsseldorf nel 1929, in una famiglia con simpatie naziste, Habermas ha fatto in tempo a sperimentare la seconda guerra mondiale in prima persona, partecipando con la sua sezione della gioventù hitleriana alla contraerea sul fronte occidentale.

Come ha raccontato lui stesso, il suo passaggio all’età adulta è stato plasmato dalle campagne di “rieducazione” promosse dagli Alleati, che mostravano alla popolazione sconfitta gli orrori della guerra e dei campi di sterminio. Non a caso, in uno dei suoi primi articoli di successo, il giovane filosofo ha criticato Martin Heidegger per aver ripubblicato le sue lezioni del 1935 senza un minimo accenno di autocritica per avervi celebrato la “verità interiore e la grandezza del nazismo”.

Fare i conti col passato, misurandosi col lato oscuro della modernità europea incarnato dal nazifascismo e dallo sterminio, ha costituito una costante della ricerca filosofica e sociologica di Habermas e soprattutto del suo impegno pubblico. Alcuni episodi dei suoi primi anni di ricerca ne danno bene la misura.

Nel corso degli anni cinquanta si è avvicinato alla filosofia marxista per reagire allo scarto lacerante che avvertiva tra le promesse democratiche del dopoguerra e la realtà della Repubblica Federale Tedesca sotto il cancelliere Konrad Adenauer, segnata dalla rimozione dei crimini nazisti in nome del boom economico, dal riarmo e dalle installazioni dei primi missili nucleari puntati contro il blocco socialista. Questo posizionamento era tutt’altro che scontato e ha rallentato i suoi primi passi nel mondo accademico. Il Direttore del rinato Istituto di ricerche sociali di Francoforte, Max Horkheimer, non gradiva il radicalismo del giovane assistente, tanto da indurre il più simpatetico Adorno ad allontanarlo.

Habermas ha così conseguito l’abilitazione alla docenza in scienze politiche all’Università di Marburgo, sotto la guida del costituzionalista marxista Wolfgang Abendroth, da lui ricordato più tardi con stima come “il professore partigiano nel paese dei fiancheggiatori”. La tesi di abilitazione sarebbe diventata il primo successo editoriale del filosofo, tradotto in Italia col titolo Storia e critica dell’opinione pubblica: un’attenta disamina di come la sfera pubblica democratica, alimentata dai media e dalla partecipazione civica, sia esposta nelle società capitalistiche alla cattura del potere economico-politico e di come il consenso popolare possa essere manipolato.

Nei successivi sessant’anni, non c’è stato evento o fenomeno storico-politico di rilievo su cui Habermas non sia intervenuto, mostrando generalmente una forte sensibilità per i movimenti sociali nonviolenti, e traendo da queste esperienze elementi importanti per la sua teoria critica della società. È quando si è distaccato da una prospettiva radical-democratica e conflittuale che il filosofo è pervenuto a posizioni contraddittorie e discutibili, sia sul piano politico che teorico.

Nel biennio 1967-68 Habermas ha apprezzato e sostenuto pubblicamente l’emergere nella Repubblica Federale di una cultura antiautoritaria e di una sfera pubblica antagonista rispetto ai poteri politici ed economici, ma ha criticato le fantasie rivoluzionarie e le pratiche violentemente provocatorie di una parte del movimento studentesco. La sua ricerca intorno alle condizioni di una “situazione linguistica ideale”, in cui si mira al consenso esclusivamente sulla base di argomenti e senza ricorso esplicito o implicito alla coercizione, può essere letta come una rielaborazione teorica del fermento di quegli anni, nutrita dall’incontro con la “svolta pragmatico-linguistica” che caratterizzava la filosofia più avanzata del tempo.

Nella seconda metà degli anni settanta, segnati dal terrorismo della RAF, Habermas ha criticato la svolta repressiva del cancelliere Helmut Schmidt e le conseguenti limitazioni della libertà politiche e civili, compresa la libertà di opinione, di insegnamento e di ricerca. In quegli stessi anni ha registrato come la “crisi di legittimazione” che stava investendo il sistema democratico-capitalistico del secondo dopoguerra, con la fine del modello economico keynesiano-fordista che lo aveva sorretto, potesse preludere alla liquidazione dello Stato sociale più che alla sua riforma.

All’inizio degli anni ottanta Habermas ha colto il consolidamento di queste tendenze nella svolta neoconservatrice e liberista globale, incarnata nella Repubblica Federale dal governo di Helmuth Kohl. Nella crisi degli euromissili del 1981-82 il filosofo si è schierato apertamente a fianco del movimento pacifista, traendo dalla disobbedienza civile degli attivisti e delle attiviste importanti intuizioni per la sua teoria democratica del diritto. Nel dibattito contro gli “storici revisionisti”, che ha segnato la metà degli anni ottanta, ha denunciato nella relativizzazione di Auschwitz un modo per liquidarne il valore universale e disinnescare la funzione critica della sua memoria.

È nel contesto di queste esperienze e polemiche che Habermas ha maturato un’originale teoria della modernità come “progetto interrotto”, condizionato da una complessa triangolazione di conflitti: tra gli attori economico-politici guidati da una razionalità sistemica modernizzatrice orientata al profitto o al potere, gli attori critici della società civile guidati da una razionalità comunicativa priva di fondamenti assoluti ma finalizzata all’intesa e orientata alla cura dei mondi vitali colonizzati dai sistemi economico-politici, e i promotori di una cultura anti-moderna che mirano a gestire le crisi ritornando alla tradizione e a rassicuranti valori autoritari.

L’idea che il progetto della modernità si incarni negli ordinamenti costituzionali democratici sorti nel secondo dopoguerra, e che tali ordinamenti siano sotto attacco dagli anni ottanta, costituisce il segno distintivo della riflessione giuridico-politica di Habermas. Se il diritto può farsi veicolo di emancipazione è grazie alla sua capacità di mediare tra i mondi vitali e i sistemi economico-politici, ma è grazie alle lotte sociali per il riconoscimento e la garanzia dei diritti fondamentali, indivisibili, aperti e tendenzialmente universali, che il diritto si fa emancipativo.

Nei primi anni novanta, in controtendenza con l’entusiasmo generale, Habermas ha guardato con prudenza alla riunificazione della Germania, mettendo in guardia dagli effetti negativi di una mera “annessione” dell’Est da parte dell’Ovest e di un’unità fondata più sulla forza del marco che su quella dei principi democratici. Tali effetti si sono poi manifestati e si sarebbero potuti almeno attenuare, se fosse stato avviato quel momento costituzionale di rifondazione che il filosofo aveva auspicato parlando di “rivoluzione recuperante”.

Nel corso degli anni novanta Habermas ha saputo individuare con chiarezza i pericoli esistenziali cui la globalizzazione neoliberale, allora trionfante, avrebbe esposto le democrazie costruite su base nazionale. Da questa diagnosi ha tratto la necessità di proiettare su scala post-nazionale i principi e le garanzie del costituzionalismo democratico. Sulla base di queste premesse teoriche, il filosofo si è fatto a più riprese promotore di un autentico processo costituente europeo, per dare vita a istituzioni pienamente democratiche capaci di governare e “domare” su scala macro-regionale le dinamiche transnazionali dei mercati capitalistici delle merci e degli investimenti. Queste istanze sono state recuperate anche negli anni successivi alla crisi economica del 2008, quando ha duramente criticato la linea tecnocratica dell’austerità, funzionale a ripianare con risorse pubbliche i fallimenti bancari causati dalla speculazione finanziaria.

Sempre negli anni novanta Habermas ha denunciato le nuove politiche migratorie tedesche ed europee improntate alla chiusura delle frontiere, allo svuotamento del diritto d’asilo e al mancato riconoscimento delle diversità culturali e religiose. Il filosofo vi ha scorto i sintomi di uno “sciovinismo del benessere”, alimentato inizialmente dalle sole forze conservatrici ma divenuto poi trasversale agli schieramenti politici: una cinica strategia per dirottare contro le persone immigrate e i loro discendenti l’ansia sociale causata dai tagli alla spesa sociale, dalla precarizzazione del lavoro e dalla crescita delle diseguaglianze.

Infine, dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, Habermas si è spesso confrontato con un altro fenomeno del nostro tempo: la progressiva normalizzazione delle guerre di aggressione e l’uso sregolato della violenza armata nella crisi dell’ordine liberale unipolare. È su questo terreno che le sue posizioni, a volte molto distanti da quelle dei movimenti pacifisti a cui aveva guardato con attenzione nei decenni passati, si sono fatte problematiche e contraddittorie.

Nel 1999 il filosofo ha interpretato l’intervento della NATO contro la Jugoslavia, condotto senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come un momento di svolta nel diritto internazionale: ha così cercato di giustificare i bombardamenti su Belgrado nel quadro di un’auspicata transizione a un “ordine cosmopolitico” fondato sui diritti umani, la cui garanzia avrebbe richiesto un “diritto d’intervento umanitario”. In assenza di un’autorizzazione formale, la NATO poteva dunque appellarsi secondo il filosofo alla dimensione “morale” del diritto internazionale, ossia a principi normativi validi ma non ancora riconosciuti.

Oggi è ancora più facile di allora constatare come la nozione di “guerra umanitaria” sia insostenibile e come abbia aperto una crepa profonda nel diritto internazionale. Attraverso tale crepa si è fatta strada anche la dottrina sovversiva che giustifica gli attacchi armati contro altri paesi come legittima difesa preventiva. Contro questa dottrina, messa in pratica dal Presidente degli Stati Uniti George W. Bush contro l’Iraq nel 2003, Habermas ha preso posizione con forza recuperando il suo impianto cosmopolitico di ispirazione kantiana contro la pretesa, strumentale e ipocrita, di “esportare la democrazia” e di imporre i “valori occidentali” con la forza.

Una delle ultime prese di posizione di Habermas è stata la sottoscrizione di un documento, pubblicato l’11 novembre 2023, che esponeva alcuni “principi indiscutibili” a sostegno di una “solidarietà rettamente intesa con Israele e con gli ebrei in Germania”. Nella dichiarazione si affermava che l’attacco del 7 ottobre fosse stato compiuto da Hamas “con l’intento dichiarato di distruggere la vita ebraica in generale”, che la “rappresaglia” di Israele fosse “in linea di principio giustificata”, che questa andasse condotta secondo i principi di proporzionalità, distinzione e precauzione e che la conduzione della guerra dovesse essere orientata alla “prospettiva di una pace futura”. Ma, soprattutto, si sosteneva che “nonostante la preoccupazione per il destino della popolazione palestinese, i criteri di giudizio si affievoliscono completamente quando si attribuiscono intenzioni genocidarie all’azione israeliana”: un’espressione alquanto oscura, dietro cui traspare il discutibile postulato che Israele non possa commettere un genocidio e che affermarlo sarebbe una forma di antisemitismo.

Su questo posizionamento ha certamente influito il “passato che non passa”, ossia la memoria dei crimini nazisti, che sembra dover imporre alla Germania una solidarietà con lo Stato di Israele senza se e senza ma. Da un filosofo che ha difeso il valore universale di Auschwitz e della sua memoria come argine alla violenza sterminatrice nata nel cuore dell’Europa, e che ha sempre messo in guardia dagli usi strumentali della storia, ci si sarebbe aspettati una presa di posizione diversa. Poco sappiamo di come Habermas abbia trascorso gli ultimi due anni e mezzo della sua vita. Ha letto i numerosi rapporti indipendenti che descrivono quanto è successo, e continua a succedere, nella Striscia di Gaza come un genocidio? Si è indignato per il piano di Donald Trump per la “nuova Gaza”, costruita sulle macerie e sui cadaveri? Ha sentito la voce di Hind Rajab che chiedeva aiuto? Non possiamo saperlo, ma ci piace sperare che abbia rivisto criticamente la sua posizione.

L’eredità che Habermas ci lascia è, in ogni caso, notevole: una ricerca sociale aperta, critica e interdisciplinare; una ricostruzione potente dei principi del costituzionalismo democratico, delle minacce che oggi li insidiano e della necessità di proiettarli su scala globale; un esempio di intellettuale pienamente consapevole della propria responsabilità e del proprio ruolo pubblico. Il suo è davvero il profilo di un filosofo del Novecento, con il quale possiamo – e talvolta dobbiamo – essere in disaccordo, ma di cui continueremo ad avere bisogno per orientarci nelle acque oscure del XXI secolo ed evitare il naufragio.

*Federico Oliveri è Ricercatore a tempo determinato in Filosofia del diritto alla Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino. Ha dedicato al filosofo il volume Conflitti di cittadinanza Jürgen Habermas e il problema del “soggetto rivoluzionario” (Mimesis, 2020) e un capitolo del Manuale di filosofia del diritto. Teoria e storia del pensiero giuridico, a cura di T. Gazzolo e S. Pietropaoli (Quodlibet, 2024).

L'articolo Jürgen Habermas, l’ultimo filosofo del Novecento proviene da Globalist.it.

Читайте на сайте


Smi24.net — ежеминутные новости с ежедневным архивом. Только у нас — все главные новости дня без политической цензуры. Абсолютно все точки зрения, трезвая аналитика, цивилизованные споры и обсуждения без взаимных обвинений и оскорблений. Помните, что не у всех точка зрения совпадает с Вашей. Уважайте мнение других, даже если Вы отстаиваете свой взгляд и свою позицию. Мы не навязываем Вам своё видение, мы даём Вам срез событий дня без цензуры и без купюр. Новости, какие они есть —онлайн с поминутным архивом по всем городам и регионам России, Украины, Белоруссии и Абхазии. Smi24.net — живые новости в живом эфире! Быстрый поиск от Smi24.net — это не только возможность первым узнать, но и преимущество сообщить срочные новости мгновенно на любом языке мира и быть услышанным тут же. В любую минуту Вы можете добавить свою новость - здесь.




Новости от наших партнёров в Вашем городе

Ria.city
Музыкальные новости
Новости России
Экология в России и мире
Спорт в России и мире
Moscow.media










Топ новостей на этот час

Rss.plus