Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma violenza simbolica
Ci risiamo in quel di Romagna. Nel 2016, scoppiò una polemica, in un locale della riviera, si trattava di una discoteca. Nei bagni delle donne erano state poste delle ciotole con caramelle e la scritta “troppe cagne e poche ciotole”. L’iniziativa scatenò una forte polemica sui social e sulla stampa, piovvero critiche sui gestori del locale per aver scelto di scherzare con una forma di umiliazione, maschilismo e discriminazione contro le donne. Siamo nel 2026 e a Cesenatico sta per aprire un ristorante di cacciagione sul porto canale dove si affacciano molti ristoranti di pesce. E fino a qui non ci sarebbe nulla da obiettare. Il problema è sorto quando i due titolari, in occasione dell’8 marzo, hanno lanciato la notizia dell’inaugurazione del locale e la scelta del nome: “Mignotta Maledetta”.
Qualcuno potrebbe considerarla una provocazione divertente, altri la giudicheranno di cattivo gusto, e come spesso accade si parlerà di una semplice goliardata; eppure vale la pena riflettere sul fatto che le provocazioni a carattere sessuale, raramente colpiscono gli uomini. Non è facile imbattersi con trovate pubblicitarie che cercano di rendere “divertenti” allusioni volte a denigrare la sessualità maschile, in particolare quando non corrisponde a stereotipi viriloidi che la società impone. E sono allusioni che, lo sappiamo bene, feriscono e molto gli uomini. Facendo una ricerca veloce sul web, per esempio, si può scovare tuttalpiù l’Osteria Dal Cornuto ed è un peccato che Mirko Pavirani e Roberto Gavagnini, i due titolari del ristorante di Cesenatico non ci abbiano pensato. L’argomento potrebbe sembrare semiserio, eppure la parola ‘mignotta’ non è una parola innocua perché si tratta di un’ingiuria che sulla vita delle donne ha pesato nel passato e pesa ancora oggi, essendo uno dei tanti insulti di denigrazione sessuale che viaggiano sui social in quel linguaggio d’odio che ben conosciamo. Qualunque donna ne ha fatto esperienza.
La difesa dei titolari, ovvero che si tratterebbe di “soprannome affettuoso” adoperato (pare) nell’intimità con una ex compagna, rivela la mancanza di consapevolezza che una parola assume significati diversi a seconda del contesto in cui viene pronunciata. Quel soprannome dato nell’intimità anche se colorito può essere perfino tenero o anche eccitante se c’è l’intesa tra due partner. La stessa parola pronunciata in un contesto di violenza e maltrattamento diventa un’arma di umiliazione e quante volte durante le aggressioni psicologiche, fisiche o sessuali, le donne si sentono gridare ingiurie come “mignotta” o sono offese con altre parole che le denigrano sessualmente?
Un’altra differenza è quando si passa dalla sfera privata a quella pubblica. Che significato assume un’ingiuria che porta con sé anche la storia di una violenza simbolica? Che siano insulti radicati nel sessismo, nell’omosessualità, nell’antisemitismo o nel razzismo, nel momento in cui sono usate per un’insegna pubblica, diventano un linguaggio condiviso e normalizzato. Nel senso comune mignotta, troia, puttana, e tutto il repertorio che stigmatizza i comportamenti sessuali delle donne restano, checché ne dicano i due ristoratori, ingiurie cariche di disprezzo, un modo per punire le donne e controllare il desiderio femminile.
Non è convincente nemmeno la difesa dei Pavirani e Gavagnini sull’innocenza dell’insegna perché riferita ad un’unica donna (la quale avrebbe apprezzato il soprannome) e quindi non ci sarebbe alcun intento offensivo o sessista. Ma il sessismo non si misura sulla base delle persone alle quali è riferito, nè sulla percezione di chi riceve l’ingiuria ma sul significato che porta. Le parole hanno una storia, e quella storia non si cancella con le buone intenzioni.
C’è poi un elemento che non può essere ignorato: la strategia di marketing adottata da Pavirani e Gavagnini. In un’epoca in cui la pubblicità e far parlare di sé anche male (purché se ne parli) fa guadagnare, scegliere un nome del genere significa puntare intenzionalmente sulla polemica. Far discutere è sempre un ottimo veicolo pubblicitario. Ma quando la visibilità si costruisce normalizzando un insulto sessista, si contribuisce a rendere accettabile, perfino spiritoso, un linguaggio che è stato ed è, ancora oggi, uno strumento di svalutazione nei confronti delle donne.
La reazione dei cittadini e delle cittadine e delle istituzioni locali, naturalmente, si è fatta sentire. La vicesindaca Lorena Fantozzi ha ricordato l’impegno delle istituzioni per portare nelle scuole una riflessione sugli stereotipi di genere ed ha spiegato ai cronisti che l’amministrazione non avrebbe autorizzato l’insegna anche perché si devono “rispettare le norme e la dignità delle donne”. Il nome dell’insegna è “inaccettabile” anche sulla base di una normativa. L’articolo 23 del Codice della strada “vieta che sulle strade o sui veicoli, qualunque forma di publicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi” oltre al regolamento della Polizia Municipale. Quindi i due ristoratori non potranno affiggere la loro insegna ma probabilmente questo lo sapevano già, infatti, hanno optato per due iniziali M.M e il logo di un anatra e di un cuore, all’interno invece “Mignotta Maledetta” sarà scritto su tovaglie e menù.
Si potrebbe anche concludere che si è fatto molto rumore per nulla ma il dibattito pubblico su queste scelte non riguarda solo il buon gusto o la sensibilità individuale. Qualche domanda dovremmo porcela: che linguaggio vogliamo legittimare nella società, quale rapporto abbiamo col desiderio sessuale delle donne e qual è il confine tra la provocazione e la normalizzazione di stereotipi sessisti? In questo senso, la polemica non mi pare esagerata: è un segnale che c’è una sensibilità che sta cambiando e che non tutto si può liquidare con il solito invito a “farsi una risata”.
L'articolo Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma violenza simbolica proviene da Il Fatto Quotidiano.