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Referendum, Montanari: “Tutte le cose che ci aspettano se vince il Sì le abbiamo già vissute nel fascismo. È una regressione terribile”

Al Teatro Diana di Napoli, si è tenuta una delle tappe più partecipate della “Staffetta in difesa della Costituzione”, iniziativa promossa dal comitato locale “È giusto dire No” in vista del referendum confermativo del 22 e 23 marzo sulla riforma Nordio.. L’evento, condotto dalla giornalista Carmen Lasorella, ha visto alternarsi voci di magistrati, scrittori, accademici e cittadini preoccupati per le sorti della Carta costituzionale, in un clima di mobilitazione civile che ha riempito la sala fino a lasciare fuori dalla porta un centinaio di persone.
Tra gli interventi più attesi e applauditi c’è stato quello del rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che ha aperto il suo discorso denunciando con fermezza la campagna referendaria del Sì: “Credo che sia intessuta di menzogne e di un tentativo di depistaggio. Abbiamo continuamente fatto chiarezza e continueremo a fare chiarezza. Credo che tutti noi teniamo molto al fatto che le nostre concittadine e i nostri concittadini possano decidere basandosi sulla realtà. E la realtà è che questo governo sta cambiando la Costituzione“.

Lasorella ha richiamato la celebre posizione di Piero Calamandrei, secondo cui, quando si discute di Costituzione, i banchi del governo dovrebbero rimanere vuoti. Montanari ha ripreso il concetto evocando l’Assemblea Costituente, dove, pur tra rotture politiche, i lavori procedettero senza la presenza diretta del potere esecutivo. Qui, ha proseguito, si toccano i pilastri del costituzionalismo moderno: il principio montesquieuiano secondo cui un potere deve fermare l’altro, non per imprigionarlo, ma per limitarne l’espansione e garantire equilibrio.
Il fulcro del discorso è stato però dedicato al rischio più grave: la sostanziale erosione dell’articolo 1 della Costituzione: la sovranità appartiene al popolo che l’esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. Eliminati quei limiti, ha spiegato il rettore, non si rafforza la sovranità popolare, ma si crea spazio per un altro sovrano al posto del popolo. “Ci stanno dicendo che conterete di più – ha aggiunto – ma in realtà c’è qualcuno che si vuole sedere su quel trono vuoto”.
In una vera democrazia costituzionale la sovranità è divisa in controlli e bilanciamenti, senza un sovrano unico: il rischio è che quel vuoto venga occupato dall’esecutivo. E la riforma in discussione non è isolata, ma parte di un disegno più ampio che comprende anche il premierato.

Montanari ha poi reso personale il discorso, sfiorando la coccarda da Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica che portava sul petto: gli fu conferita dopo la denuncia del saccheggio della biblioteca dei Girolamini a Napoli nel 2012, quando un suo articolo sul Fatto Quotidiano scatenò una campagna ferocissima contro di lui, linciaggi mediatici, querele dallo studio Previti, interrogazioni parlamentari che lo etichettavano come ‘quel professore comunista’ per aver criticato l’allora direttore della biblioteca, Marino Massimo De Caro, figura vicina a Marcello Dell’Utri.
Quei giorni lo portarono a interrogarsi: “Ma lo Stato, da che parte sta?”. La risposta arrivò con l’intervento della procura di Napoli e del sostituto procuratore Gianni Melillo: “Capii che c’era un potere che non rispondeva a quell’antipotere che si era preso lo Stato, che non rispondeva al governo”. Fu la prova che la Costituzione aveva attivato anticorpi ancora vitali. Ma oggi, si è chiesto, “qualcuno ha deciso di eliminarli per sempre?”.

Il rettore ha puntato il dito contro la prospettiva di una pubblica accusa sottoposta al governo, citando la proposta di legge presentata nel 2020 da Giusi Bartolozzi, oggi capo di gabinetto del ministro Nordio, per modificare l’articolo 112 della Costituzione e rendere l’azione penale non più obbligatoria, ma soggetta a priorità decise dal ministro della Giustizia e da quello degli Interni: “Se quella norma fosse stata vigente che ne sarebbe stato della biblioteca di Girolamini? Che ne sarebbe stato di una denuncia civile che aveva bisogno di una magistratura indipendente che non obbedisse a nessuno se non alla legge e alla Costituzione?”.
Ha concluso ricordando che il magistrato non è diventato nemico per caso: qualcuno lo presenta così nella propaganda. Eppure, come ammoniva Calamandrei, in Italia le conquiste non sono mai scontate senza una resistenza pacifica e determinata. Ha evocato Tina Anselmi quando, di fronte alla P2, sosteneva che “sulle cose che pensavamo di aver ottenuto per sempre, basta una distrazione o qualcuno di ricattabile ai vertici della Repubblica perché ci vengano tolte”.
Montanari ha menzionato anche Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso prima dell’assassinio fascista (“Voi volete ricacciarci indietro”). E ha aggiunto: “La cosa che fa veramente impressione è che qua tutte le cose che ci potrebbero stare di fronte se vincesse il sì, le abbiamo già vissute nel Ventennio fascista. C’è una regressione“.
Infine, lo storico dell’arte ha rievocato l’aneddoto brechtiano del mugnaio che rammenta al re di Prussia: “Ci sarà un giudice a Berlino”. E ha concluso: “Ci abbiamo messo tanto ad arrivare a questa minima civiltà e ora ci vogliono ricacciare indietro. Noi non vogliamo perdere ciò che la Costituzione ha costruito e non vogliamo perdere ciò che si è costruito dall’Illuminismo in poi con tanta fatica. Quello che ci sta di fronte è una terribile regressione di visione sociale dell’intera società, non riguarda solo la magistratura“.

L'articolo Referendum, Montanari: “Tutte le cose che ci aspettano se vince il Sì le abbiamo già vissute nel fascismo. È una regressione terribile” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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