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L’aria fresca dell’alba: Carlo Banchieri racconta un’amicizia tra violenza e riscatto | L’anticipazione

Mattia cresce all’ombra di un padre violento, in un mondo dove amare significa sopravvivere e diventare uomini vuol dire imparare a colpire per primi. Saverio, invece, sogna di scappare lontano: dalla rabbia, dalla povertà, da una città che sembra non avere futuro per chi nasce ai margini. Li unisce un’amicizia viscerale, fatta di notti sul mare, musica rock e promesse mai mantenute. Ma il passato non resta mai fermo. Scorre nelle vene, ritorna nei gesti, riapre ferite che non si rimarginano. E’ questo il filo rosso di L’aria fresca dell’alba, il nuovo romanzo di Carlo Banchieri per le edizioni La Gru (74 pp., 12 euro). Banchieri, 46 anni, livornese, ha sempre lavorato come operaio. Ha già pubblicato romanzi e raccolte di poesie. L’aria fresca dell’alba è la conclusione ideale di una trilogia aperta con Mimosa non è un fiore e Pazza storia di noi due.

Ilfattoquotidiano.it ne pubblica qui un’anticipazione del primo capitolo

1 – MATTIA

Mattia non tornò mai più a Viareggio.
E poi teneva molto ai suoi ricordi. Anche se si accavallavano tra loro, se si annodavano ai pensieri in un assurdo disordine, erano i suoi. La sua vita, in molti momenti, era un rimugino di pensieri, sopratutto di quelli fasulli, quelli che rendevano la sua esistenza, la figura di suo padre o l’idea di sua madre, migliori di quelli che erano in realtà.
Un paio di fotografie di quando era piccolo, la chiave che una volta apriva la vetrinetta di casa, un taccuino con le sue poesie.
La portava via ogni volta che pensava: «Adesso, basta.»
Nell’impeto delle sue incazzature, non prendeva mai dei vestiti. Afferrava qualche spicciolo dal portafoglio di quell’uomo che gli aveva dato la vita, pensando che tanto neanche se ne sarebbe accorto.
Allora, con la scatola sottobraccio e la sua chitarra usciva di casa e andava a maledire il mondo e la sua esistenza annebbiando il cervello nel velo del fumo comprato per strada.
Una sera di tempo prima era rimasto solo. Su quel lembo di spiaggia triste, lì al Biscottino. In pieno inverno, a guardare il mare, in completa paranoia.
Un mezzo a fari spenti si era avvicinato pian piano per non farsi sentire, ma era stato tradito dallo scricchiolio delle gomme sul ghiaino del controviale.
Saverio, ebbe il tempo di voltarsi e capì che si trattava del Defender dei Carabinieri così spense il minuscolo mozzicone di joint sul muretto incrostato di sale, lo appallottolò in una frazione di secondo e lo buttò lontano.
Il motore del mezzo rimase acceso per diversi minuti. Le luci rosse degli stop facevano breccia nel buio emanando una luce che incuteva paura.
Minuti interminabili.
Perché c’era anche dell’altro.
In tasca aveva un cannone, un dannato ferro e aveva intenzione di ammazzare qualcuno.
Solo il suo amico Saverio sapeva chi.

***

Guido Palagi, come ogni viareggino che si rispetti, non parlava mai senza tirare qualche bestemmia. Oltre a questo, se al quartiere del Varignano qualcuno si fosse permesso di fare casino o di spacciare nell’androne del palazzo, avrebbe pensato lui a sistemare le cose. Nessuno si poteva permettere di fare qualcosa senza il suo permesso.
La sua automobile era sempre sotto casa e guai a chi gli avesse fregato il posto.
Lo chiamavano ironicamente Walker, i ragazzini.
Come il ranger della serie tv.
Sia perché era molto basso di statura, sia perché sapeva usare piuttosto bene le mani. Quindi, guai a dirglielo in faccia; in molte occasioni, in passato, si era fatto rispettare a suon di schiaffoni. Era entrato e uscito di galera almeno tre volte, l’ultima delle quali per una rapina in una gioielleria di Roma. Un paio dei suoi compari si era fatto dieci anni, lui era uscito dopo quattro, ma solo perché era quello che guidava la macchina. Da allora, due matrimoni falliti e un figliolo da crescere da quando la sua seconda moglie era morta per overdose.
Del figlio se ne occupava per modo di dire, a sentire lui gli faceva venire il mal di testa pensare anche ai suoi problemi, ma sentiva anche di doverlo crescere come era cresciuto lui, imparando che c’erano delle leggi non scritte, nel loro clan.
Si era messo in riga, certo.
Lavorava in Darsena come sabbiatore, la sera girava largo dal bar di via Coppino per non avere tentazioni e poi si sfondava di vino sul suo divano.
Per lui, suo figlio era uno stenterello.
Mattia lo stenterello. Perfino il ragazzo se lo ripeteva, dentro di sé.
Perfino lui era arrivato a crederci, a un certo punto della sua adolescenza.
Perché quando era nella casa viareggina, l’ombra del padre era troppo forte, non riusciva a ribellarsi, a gridare quanto gli facesse schifo.
Stenterello, che ne sai della vita? Stenterello, mi sa che sei sempre vergine.
E così via. Un giorno dopo l’altro.
Mattia aveva, in pratica, passato l’infanzia tra un quartiere popolare e l’altro, rimbalzando tra via Terrazzini, nell’appartamento livornese in cui viveva con una delle sorelle di suo padre, a quel blocco giallo del Varignano, dove andava una volta alla settimana per stare con suo padre.
Ogni volta che tornava a Livorno, viveva la cosa come se fosse una fuga.
Una fuga dai fumi nella cucina e dalla plafoniera con sopra uno strato di grasso sporco, dal lungo corridoio con le pareti ingiallite, dalle zanzare che in estate si facevano agguerrite a ridosso della pineta e dalla tramontana che spirava a gennaio dal Monte Forato, dalle macchie di vino sul bianco della maglietta di suo padre. Perfino dall’aria troppo felice che si respirava per il Carnevale e che strideva con tutto il resto.
Quando tutti si divertivano per forza, lui si scrollava di dosso ogni sorriso, ogni grido, ogni gesto che avrebbe dovuto sintonizzare la testa con un mondo troppo diverso dal suo.
Si scrollava di dosso ogni cosa, come quando ci si sciacqua il viso dopo una nottata passata in dormiveglia ed era solito farlo mormorando qualcosa, un ma chi se ne frega, o una risatina sommessa.
Era tipica di Mattia: bassa di tono, molto controllata.
Una volta, suo padre propose a Mattia di andare a sparare. Anzi, la sua proposta fu un ordine e quando gli mostrò una piccola pistola, il ragazzo non sapeva come usarla, non ne aveva mai vista una.
Aveva diciott’anni e aveva appena compreso qualcosa.
Intanto che quel giorno sarebbe stato diverso da tutti gli altri.
E poi, poco più tardi, cosa fosse una calibro 22.
Dal Varignano i due uscirono in macchina. Suo padre si diresse guidando velocemente verso una località in campagna, poco fuori città. Guidava imboccando le curve repentinamente, fischiando tra le labbra ogni volta che Mattia provava a pensare. Così il ragazzo non ebbe mai il tempo di mettere a fuoco niente, di immaginarsi cosa sarebbe andato a fare.
Accanto alla leva del cambio c’era un oggetto di gomma dura, rossa, una specie di tubicino di un paio di centimetri. Senza un motivo Mattia lo prese e se lo mise in tasca.
Non sapeva neanche cosa fosse, un ugello da sabbiatrice. Era incrostato sui lati, in certi punti annerito dalle ditate che evidentemente suo padre ci aveva lasciato sopra.
Lui lo strinse forte dentro al pugno e si disse di non avere paura. Non sapeva perché, ma ne aveva.
Dentro di sé cantava una dolce canzone. Need a little patience.
Perché forse l’avrebbe trascinato via da quel pattume, da quella vita così vissuta senza una prospettiva vera. Ma non bastò a riportarlo indietro da quella situazione di merda.
Con lo sguardo là fuori ci provava, mentre l’auto aveva appena imboccato uno sterrato, verso un campo di ulivi. Oltre una piccola collina, in direzione del mare, il paesaggio di ulivi si sprigionava in un dipinto rossastro mentre la luce delle ultime ore filtrava scintillando tra i rami nodosi.
Scesero dall’auto, davanti a loro c’erano due alberi le cui chiome si incrociavano a formare una specie di tetto naturale. Lì sotto c’era un cane legato. Un bastardo, sembrava malaticcio, piuttosto sporco.
Quando Mattia prese il ferro dalla mano di suo padre, si sentì come violentato dentro.
«Mira, cazzo! Sei un uomo o cosa?»
«Ho capito… va bene…»
«Muoviti!»
Mattia indugiò.
«Allora? Sei mio figlio o no? Voglio proprio vedere se le hai, le palle!»
Mattia non riusciva a ribellarsi, non ce la faceva neppure a pensare. Le orecchie fischiavano, sentiva le tempie comprimersi. Il suo bel viso lungo e dai contorni leggermente irregolari, si fece improvvisamente il volto di un randagio, impaurito, maledetto disperato.
Esplose un colpo che tuonò attraverso il campo con tutta la ferocia del mondo.
Lo sparo urlò nel cielo.
Il piccolo foro che lasciò era nitido, preciso, tanto che il giovane si soffermò addirittura ad ammirarne la perfezione, mentre il cervello si contorceva e tanti coltelli lo ferivano da dentro.
Nonostante il pelame sporco tutt’intorno, quel buco nero gli si stampò nel cervello.
Un attimo che durò un’eternità.
Poi il cane si accasciò su un lato, ruotando gli occhi verso il suo assassino, mentre il Palagi ghignava soddisfatto.
Sadico e perverso, qualcosa affiorava dai suoi occhi.
E questo voleva dire che le persone difficilmente cambiano veramente. Un criminale può anche tenersi lontano dai guai, ma resterà sempre l’infame che è.
Per Mattia quello fu il giorno in cui la sua vita cambiò.
Sarebbe stato difficile per lui spiegare i sentimenti che provò in quei momenti. Succube di un uomo malvagio, appeso alla vana speranza che ci fosse qualcosa di buono in lui, si era lasciato trasportare come un tronco dalla corrente.
Il bisogno di credere che suo padre fosse una brava persona, lo aveva portato avanti fino a scoprire nel modo peggiore che si era sbagliato.
Mentre il cane guaiva, Guido Palagi raccolse il bossolo da terra.
Fiero della lezione che aveva appena impartito a suo figlio, si girò verso Mattia capire dal suo sguardo se avesse capito che nella vita o si uccide o si viene uccisi, ma il giovane scosse con rabbia la testa e si voltò verso la strada da cui erano venuti. Gli avrebbe fatto bene piangere e non gli sarebbe bastata la sua Patience.
Diciott’anni appena compiuti.
Si sentiva un vigliacco, mentre mentalmente cambiava argomento.
Non era il giorno dei ripensamenti o dei rimpianti. Da quel giorno era maggiorenne.
E avrebbe cambiato la sua vita.
Pensava così, camminando.
Con il petto indurito e le spalle in avanti, mentre si lasciava dietro quel padre orribile che aveva voluto marchiare per sempre la sua esistenza, piangeva. Scappò lontano, con le gambe stanche che si gonfiavano chilometro dopo chilometro.
A illuminare la strada c’era solo un quarto di luna.
E la strada in un punto si faceva un alambicco serpeggiante tra cespugli di rovo e alberi alti quattro metri.
Mattia aveva davanti agli occhi come un fantasma, l’immagine di suo padre che ancora tuonava contro di lui.
Ma una parte di lui pensava che era solo un’indicazione del fato, che gli stava suggerendo di lasciarsi per sempre alle spalle quella parte di vita fatta di male, di cose non buone.
Continuava a sentirsi in certi momenti sospeso nel silenzio del vuoto e subito dopo rinchiuso in una bolla di aria compressa, pronto a schizzare via per sempre, lontano, chissà dove.
Clan Palagi lo aveva segnato, lo sapeva bene che si sarebbe portato quella croce addosso per sempre, dovunque, comunque, come una zecca attaccata alla carne, ma cosa poteva esserci di buono? Questo stava cercando di capire. Un figlio suo un domani, avrebbe ereditato, ignaro, in qualche modo, qualcosa di pericoloso e malato.
Era certo che sarebbe stato migliore, che avrebbe dimostrato a sé stesso di essere non un clone del padre, ma semmai un figlio del nulla, come un trovatello che niente ha a che fare col sangue di chi lo cresce.
No, non avrebbe offerto l’altra guancia al passato, avrebbe scritto una storia sovversiva.
La sua, quella di un ragazzo che intendeva raccontare, togliere la maschera a tutto, con l’orgoglio e il disprezzo.
Per una verità, nuova.

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